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lunedì 24 maggio 2010

l'ultimo spettacolo: HEAVEN'S GATE (M. Cimino, 1980)


I CANCELLI DEL CIELO (Heaven's Gate, Michael Cimino, 1980)
martedì 25 maggio 2010, Cinema Massino - Sala 3, ore 20.30
presentazione a cura di Gianni Volpi

domenica 2 maggio 2010

l'ultimo spettacolo: YEAR OF THE DRAGON (M. Cimino, 1985)





All’interno del “genere”, il ritorno di Michael Cimino alla regia. Dopo cinque anni dal disastroso insuccesso de I cancelli del cielo (Heaven’s Gate, 1980), viene infatti offerta al regista la possibilità di portare sullo schermo un (alquanto anonimo) romanzo di Robert Daley, L’anno del dragone. L’occasione è colta al volo da Cimino che, con l’aiuto di Oliver Stone - nel ruolo di sceneggiatore - riesce a realizzare un impietoso ritratto della società americana degli anni Ottanta; società in cui il fantasma del Vietman - tema che accomuna queste due forti personalità, Cimino e Stone - riecheggia ancora minaccioso all’orizzonte.


Non è bastato a Cimino evocare i fantasmi della guerra nel precedente Il cacciatore (The Deer Hunter, 1978): con L’anno del dragone (Year of the Dragon, 1985) trasferisce il nemico “a casa propria”. Nello scontro tra il poliziotto - reduce di guerra - Stanley White (Michey Rourke) e la mafia cinese di Chinatown (simulacro di un “nuovo Vietnam”), Cimino denuncia, ancora una volta - ma mai come ora con tanta disperazione - il fallimento dell’American Dream: White vuole ristabilire l’ordine in una società che non vuole cambiare. Ora che finalmente i “nemici”, invisibili in Vietnam, sono davanti a lui, le forze dell’ordine - le stesse per cui lavora - gli impediscono di “agire”. Specularmente a White, Joey Tai (John Lone) - giovane gangster cinese che vuole assumere il controllo delle triadi mafiose - si trova a dover combattere anch’egli una società “rigida” - quella mafiosa - in cui i vecchi capi non vogliono cedere il passo alle nuove generazioni. Forzatamente emarginati dalle loro rispettive fazioni, i due si ritroveranno a scontrarsi, nel finale del film, nel luogo-simbolo della “marginalità”, ovvero tra le luci e le ombre di un ponte - fortemente stilizzato attraverso un sapiente uso della luce - nella zona portuale di New York.


Ma L’anno del dragone non rappresenta unicamente un sottile esempio di critica nei confronti della società americana. È anche un perfetto esempio di “rivisitazione” del genere noir, in maniera assolutamente innovativa. Lontano infatti dalle “stilizzazioni citazioniste” dei neo-noir degli anni Ottanta (inaugurate da Brivido caldo [Body Heat, 1980] di Lawrence Kasdan), L’anno del dragone mantiene, nel corso del film, un freddo distacco dal genere affrontato, pur riconoscendone l’appartenenza. Poco interessato alle “citazioni” ed ai richiami al passato, Cimino affronta il genere “dall’interno”, o, per meglio dire, utilizzando “più lo spirito che lo stile”. Disinteressandosi a riferimenti per compiacere il cinefilo, il film risulta assolutamente “sanguigno”, “sentito” dal regista stesso come mezzo di accusa più che come omaggio ad un cinema scomparso (che pure ama). Scelte dure, “scomode”, ben visibili nella caratterizzazione del personaggio di White: razzista, misogino, scorbutico. I temi affrontati da Cimino sono “scottanti” e le posizioni prese spesso risultano ambigue. Ma questo è il cinema di un regista che sente “visceralmente” il bisogno di dichiarare le proprie inquietudini. Prendere o lasciare.


Nicolò Vigna



L'ANNO DEL DRAGONE (The Year of the Dragon, Michael Cimino, 1985)
martedì 4 maggio 2010, Lab. Quazza - seminterrato P. Nuovo, ore 15.00
presentazione a cura di Giulia Carluccio e Nicolò Vigna

giovedì 14 gennaio 2010

l'ultimo spettacolo: THE DEER HUNTER (M. Cimino, 1978)


«Il mio film pone la domanda: come si può continuare a condurre una vita normale dopo una tale esperienza? Mostra l’alternativa: o il suicidio o il ritorno a una vita normale con una dose di speranza. È una domanda che non ci si è ancora veramente posti negli stati Uniti e, benché lo si ignori, si pone adesso.»

«I produttori temevano assolutamente tutto di questo film […]. Non c’è scena che non li abbia messi in atroce imbarazzo. Li ho combattuti aspramente, utilizzando ogni sotterfugio. Tagliavo quello che volevano e di notte ce lo rimettevo: è stata una vera guerra, ancor più violenta di quella del Vietnam!»

Michael Cimino (Positif, aprile 1978)

Un colpo solo per vedere tutto quello in cui credi crollare. Michael Cimino è un regista nostalgico, perso in una «tradizione splendidamente inattuale». Il suo cacciatore, il leader del gruppo Michael Vronsky è l’eroe della frontiera, il solitario che cerca la sublimazione nella wilderness e nell’amicizia, tormentato da un passato che “lo blocca” e un presente che lo “devasta”. Il Vietnam è il luogo dell’anima che distrugge l’identità, sovverte il sistema di valori, uno stupro psicologico che porta all’autodistruzione, al tamburo di una pistola da cow-boy.

Un colpo solo per capire che una volta perso il controllo, diventa quasi impossibile tornare alla normalità. Il cervo scappa. Nick muore. Steven come se. Il capo ha fallito laddove era davvero importante. Il mito della frontiera collassa nel labirinto psicopatico della jungla.

Un colpo solo perché con tre si vince. L’imprevedibile, il colpo di teatro, il contropiede. Le regole fermano. Le regole distruggono. Il barlume di speranza negli occhi dell’eroinomane col panno rosso in testa è vuoto come tutto il tamburo della sua pistola dopo aver premuto il grilletto. Pesante come piombo per chi ha visto troppo, per chi sa non potercela fare, per chi si abbandona all’alienazione dopo aver visto l’abisso e toccatone il fondo.

Un colpo solo: «Bisogna mettere in un film tutto quello che si ha». Uscire devastati, diventare un tutt’uno con la prigionia, con quell’anima dilaniata, con quegli occhi spenti e al tempo stesso bruciati da un fuoco che va oltre il napalm, oltre Saigon, oltre gli stereotipi della tradizione.

«Questa storia del colpo solo a me pare una stronzata» dice Nick. L’eroe ha fallito. Non ci sono tramonti verso i quali cavalcare o ulteriori riti di passaggio. La natura ha vinto. Non resta che abbandonarsi alla speranza, cercare di ricostruire un piccolo simulacro di normalità. Farsi una birra. Cantare God Bless America, cercare di riempire il vuoto più grande. Non si torna dal cuore di tenebra.

Hamilton Santià

IL CACCIATORE
(The Deer Hunter, Michael Cimino, 1978)
venerdì 15 gennaio 2010, Cinema Massimo 3, ore 20.45
presentazione a cura di Gianni Volpi e Daniele Gaglianone