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giovedì 3 marzo 2011

Una certa tendenza della fantascienza seriale

MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
BIBLIOMEDIATECA “MARIO GROMO”
in collaborazione con DAMS - UNIVERSITA’ DI TORINO

VENERDÌ 4 marzo 2011
ORE 20.30

BIBLIOMEDIATECA MARIO GROMO
VIA MATILDE SERAO 8/A - TORINO, TEL. 011.8138599

VIAGGI NELLA SERIALITA'



X-FILES, LOST, FRINGE.
Una certa tendenza della fantascienza seriale

Intervengono:

Giaime Alonge (Università di Torino)
Giulia Carluccio (Università di Torino)
Peppino Ortoleva (Università di Torino)
Guglielmo Pescatore (Università di Bologna)

Modera: Attilio Palmieri (Università di Torino)

A seguire:

Proiezione dell’episodio-pilota di X-Files: Al di là del tempo e dello spazio
(USA, 1993) e di un episodio di Ai confini della realtà: Tempo di leggere (USA, 1959)

Ingresso libero fino ad esaurimento posti, previo tesseramento gratuito alla Bibliomediateca.

mercoledì 9 febbraio 2011

schermi americani: LE TRE SEPOLTURE (T. Lee Jones, 2006) - GLI SPIETATI (C. Eastwood, 1992)



[…] In Le tre sepolture è Pete Perkins, un amico di Melquiades, a decidere, una volta appresi il nome del colpevole e la volontà della polizia di lasciarlo impunito, di farsi giustizia da solo, sequestrando l’assassino e costringendolo prima a riesumare il cadavere, poi a seguirlo in un estenuante viaggio lungo il confine tra Stati Uniti e Messico, alla ricerca del villaggio dove la vittima avrebbe voluto, da morta, essere seppellita. Il responsabile del delitto viene in principio descritto come un poliziotto di frontiera presuntuoso e violento, che solo grazie all’itinerario cui lo costringe Pete recupera in parte la propria umanità, il che rende tutta la seconda parte del film una sorta di bildungsroman on the road, nel corso del quale il personaggio, in virtù delle vessazioni che gli vengono inflitte dal suo sequestratore e dalla sorte (morso da un serpente, verrà salvato dalla stessa ragazza messicana che, in principio, sorpresa mente cercava di d’introdursi illegalmente negli Stati Uniti, aveva picchiato brutalmente), si spoglia progressivamente del proprio atteggiamento protervo e arrogante. Rimane il fatto che questa forma bizzarra ancorché efficace di rieducazione ai valori della civiltà, che passa per le dinamiche della vendetta senza tuttavia portarla alle estreme conseguenze, affonda le sue radici in un atto illegale quale il sequestro di persona.
Mostrandoci alternativamente il percorso dei due personaggi e quello dei poliziotti che si mettono al loro inseguimento, Lee Jones mette bene in evidenza il paradosso attorno a cui ruota il film: colmare i vuoti della giustizia presuppone un atto che la rinnega nuovamente. Esiste al riguardo, nel film, una figura emblematica: un vecchio cieco che vive in completa solitudine in una capanna sperduta tra le montagne, trascorrendo le sue giornate nell’ascolto dei programmi di una radio fatiscente. La sua cecità rimanda simbolicamente all’immagine della giustizia bendata, della cui facoltà di giudizio egli momentaneamente si appropria allorché decide di aiutare i fuggiaschi e depistare i loro inseguitori, che lo interrogano sul passaggio dei due uomini. Si tratta però di una giustizia corrosa dagli anni, abbandonata a se stessa (il vecchio racconta che il figlio, che una volta gli portava le provviste, si è ammalato ed è scomparso) e ormai convinta della propria inutilità (un attimo prima che Pete e il suo prigioniero prendano congedo, gli chiede il “favore” di ucciderlo).

Leonardo Gandini, Giustizia imperfetta, «Segnocinema» n. 146, luglio-agosto 2007.



Se qualcuno avesse coltivato l’illusione che l’agonia del western durante gli anni 80 non fosse irreversibile, lo sparo in pieno volto a Gene Hackman lo avrebbe riportato con entrambi i piedi per terra. «I meriti non c’entrano in queste storie», dice William Munny. Subito dopo fa fuoco e il colpo è una violenta deflagrazione in faccia a uno spettatore ancora memore di figure che avevano attraversato tutto lo spettro della possibile moralità, ma che non erano mai state così impietose e dirette nel manifestare la cruda e prosaica realtà. I meriti non c’entrano veramente più.
Gli spietati va oltre: i meriti, con ogni probabilità, non sono mai esistiti realmente. Il risultato è una rivelazione inquietante: il western è morto e anche sulla mitologia che lo ha alimentato nel corso degli anni d’oro è lecito nutrire concreti dubbi. Eastwood s’inserisce nella profonda lacerazione drammatica già presente nella fase revisionista del genere e affonda la lama all’interno delle viscere della leggenda, premendo in profondità per fornire al western la sua giusta eutanasia. Il lirismo è un scintillante ricordo di un passato ormai perduto, i cui riflessi nel presente sono sconcertanti e grotteschi: chi ricorda Clint colpire e spezzare la corda tesa del patibolo da considerevole distanza sgrana gli occhi incredulo vedendolo mancare un barattolo da pochi metri. E anche il cavallo non pare più la propaggine del prode cavaliere, ma una massa informe che si dimena, sguscia e guizza, trasformandosi nella nemesi dei peccati compiuti in una gioventù gloriosa, immorale e idealizzata. Il ribaltamento di ogni afflato epico è tutto nei volti attoniti dei figli di Munny: vedendolo allontanarsi a dorso di ronzino verso l’impresa tramutano il consueto sguardo pieno di estatica contemplazione in perplessa ansia, come se i ruoli si fossero invertiti, come se Munny tentasse di immergersi pateticamente in una fonte di eterna giovinezza. Si tratta invece del contrario. Di una corsa verso il nulla definitivo. L’evidenza delle immagini si rifrange in un prisma capace di generare prospettive sbiadite, prive delle motivazioni etiche vigorose che puntellavano i valori di un’intera nazione pronta a rispecchiarsi fieramente nel suo stesso cinema.

Giampiero Frasca, Squarciando la leggenda, «FilmTv» n. 13, 30 marzo 2010.

LE TRE SEPOLTURE (The Three Burials of Melquiades Estrada, Tommy Lee Jones, 2006)
GLI SPIETATI (The Unforgiven, Clint Eastwood, 1992)

mercoledì 16 febbraio 2011, Cinema Massino - Sala 3, dalle ore 18.30
dopo la prima proiezione, presentazione di Giaime Alonge e Matteo Pollone

sabato 20 novembre 2010

appuntamento: Il cinema di John Huston





Istituzioni di Storia del Cinema
Storia del Cinema Nordamericano
Collettivo Gli Ultracorpi

Martedì 23 Novembre
ore 12.00

Palazzo Nuovo, aula 37

EMANUELA MARTINI
Vice Direttore del Torino Film Festival
e curatrice della retrospettiva John Huston

presenta:



IL CINEMA
DI
JOHN HUSTON

Torino Film Festival
26 novembre – 4 dicembre 2010

info: cruca@unito.it

domenica 11 aprile 2010

l'ultimo spettacolo: APOCALYPSE NOW (F.F. Coppola, 1979)


Un bambino di circa dieci anni si avvicinò a un gruppo di marine della compagnia Charlie. Rideva e muoveva la testa da una parte all’altra in uno strano modo. La fierezza del suo sguardo avrebbe dovuto far capire a chiunque di cosa si trattava, ma la maggior parte dei soldati non è mai stata sfiorata dall’idea che anche un bambino vietnamita poteva essere fatto impazzire, e quando lo capirono, ormai il bambino aveva incominciato ad attaccarli graffiandoli negli occhi e a strappargli le tute, mettendo tutti in imbarazzo, limando i nervi a tutti, finché un soldato nero lo afferrò da dietro e lo tenne stretto per il braccio. «Dai, vieni, povero piccino, prima che uno di questi figli di buona donna ti spari».

Michael Herr, Dispacci, 2009, Rizzoli, Milano, p.98

[…] Ma se Apocalypse Now non parla della guerra del Vietnam, nella misura in cui non ci dice nulla sulle origini di quel conflitto e sulle ragioni delle due parti in lotta, e tende verso un rappresentazione stilizzata e surreale, c’è da chiedersi se effettivamente il film abbia in qualche modo a che fare con la dimensione della Storia. Apocalypse Now è ispirato a Heart of Darkness, un libro tutto incentrato sul problema dello scontro tra Kultur europea e società primitive e sulla segreta attrazione che la wilderness esercita sull’uomo bianco. Questo problema di fondo del testo con radiano è collocato – con le dovute mediazioni – anche al centro del film di Coppola. Il regista parte, sì, dal Vietnam, ma per fare un discorso più ampio sull’America (cuore politico-militare e culturale della civiltà occidentale, corrispettivo moderno dell’impero britannico dell’età di Conrad) e sul rapporto con l’altro, vietnamita o pellerossa che sia. Il personaggio di Robert Duvall è una sorta di icona, di simbolo vivente del nesso tra Vietnam e guerre indiane, tra passato e presente dell’espansionismo americano. Il tenente colonnello Kilgore, con tanto di cappello da cavalleggero, è un diretto discendente di Custer e di Theodore Roosvelt che ha sostituito i cavalli con gli elicotteri, e che quando parte all’attacco fa suonare la carica al trombettiere, come i suoi predecessori facevano nelle Grandi Pianure o sulla collina di San Juan. La musica di Wagner assurge quindi a simbolo sonoro dell’Occidente e della sua esperienza storica. La sequenza del bombardamento del villaggio è una visualizzazione della natura ambivalente dell’uomo faustiano, terribile e affascinante al contempo. Ma l’apparato tecnologico americano non è soltanto mostruoso, la sua comparsa nel cuore della wilderness crea anche una sensazione di irrealtà. La scena dello show dell’USO è quella più significativa a proposito. La presenza del palco illuminato e delle bunnies – che non a caso indossano costumi western – nel bel mezzo della giungla del Sud-Est asiatico è surreale, incredibile. […]

Giame Alonge, Tra Saigon e Bayreuth. Apocalypse. Now di Francis Ford Coppola, 1993, Tirrenia Stampatori, Torino, pp. 42-43


APOCALYPSE NOW
(id., Francis Ford Coppola, 1979)
martedì 13 aprile 2010, Auditorium Quazza - seminterrato Palazzo Nuovo, ore 15.00
presentazione a cura di Giaime Alonge