Visualizzazione post con etichetta Attilio Palmieri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attilio Palmieri. Mostra tutti i post

lunedì 18 aprile 2011

schermi americani: I PADRONI DELLA NOTTE (J. Gray, 2007); HEAT (M. Mann, 1995)





I PADRONI DELLA NOTTE (We Own The Night, James Gray, 2007)
HEAT (id., Michael Mann, 1995)

lunedì 18 aprile 2011, Cinema Massimo - Sala 3, dalle ore 18.30
dopo la prima proiezione, presentazione di Attilio Palmieri

giovedì 14 aprile 2011

Boris 2 - Il ritorno

MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
BIBLIOMEDIATECA “MARIO GROMO”
in collaborazione con DAMS - UNIVERSITA’ DI
TORINO

VENERDÌ 15 aprile 2011ORE 20.30

BIBLIOMEDIATECA MARIO GROMO
VIA MATILDE SERAO 8/A - TORINO, TEL. 011.81
38599


VIAGGI NELLA SERIALITA'

BORIS 2 - Il ritorno

Intervengono i registi della serie:

Giacomo Ciarrapico
Mattia Torre
Luca Vendruscolo

e il curatore del cofanetto:

Enrico Terrone
e
Franco Prono (Università di Torino)

Modera: Attilio Palmieri (Università di Torino)

A seguire:

A seguire, proiezione di alcuni episodi della serie televisiva BORIS, Italia 2007- 2010.

Ingresso libero fino ad esaurimento posti, previo tesseramento gratuito alla Bibliomediateca.

mercoledì 9 marzo 2011

Open Range - Streaming

Il seminario Open Range. Percorsi nel neo-western: evoluzione di un genere, curato da "gli ultracorpi" in collegamento al corso di Storia del Cinema Nordamericano sotto la supervisione della prof. Giulia Carluccio, è disponibile in streaming al sito del Laboratorio Multimediale G. Quazza, che ringraziamo per la gentile collaborazione.

Ecco gli abstract degli interventi del pomeriggio:

Ricollocazione e ripensamento.
Gli omaggi estremi al western da I tre amigos a L'uomo del giorno dopo.

di Matteo Pollone

La frontiera è il segno della divisione tra tame e wild, linea di demarcazione temporale tra un passato morente e un futuro inevitabile, luogo astratto attorno al quale si sviluppa il western. La resurrezione del genere degli ultimi decenni sembra invertire in qualche modo le polarità separate dalla frontiera. Grazie, spesso, ad una ricollocazione all’interno di altri generi, come la fantascienza, il movimento che, rappresentato negli anni Cinquanta, era rivolto al futuro e verso la conquista di terre selvagge, diventa oggi una tensione verso una riconquista, verso un passato da ricostruire o a cui tornare. L’intervento cita alcuni esempi, il più significativo dei quali è il film L'uomo del giorno dopo (The Postman, 1997, Kevin Costner), ripensamento estremo del western, film post apocalittico in cui il protagonista si fa portatore di un futuro che altro non è che la ricostituzione degli Stati Uniti d’America. I film citati sono accomunati da una profonda nostalgia del genere ma dalla consapevolezza che è impossibile, oggi, realizzare un western senza interrogarsi sulla necessità di ridiscuterlo profondamente.

Il diritto di essere opachi.
Identità e alterità ne Le tre sepolture.

di Andrea Mattacheo

"C’è modo e luogo di scoprire che il confine è d’aria e luce"
C. S. I, Vicini

L’intervento si propone di analizzare come vengono affrontati i concetti di alterità e identità all’interno del film Le tre sepolture (The Three Burials Of Melquiades Estrada, 2006, Tommy Lee Jones). Mettendo soprattutto in risalto la connotazione fortemente e programmaticamente “contemporanea” del concetto di frontiera in opposizione all’immaginario western più tradizionale.
Nel farlo ci si concentrerà sul passaggio da una narrazione che guarda all’epica e al mito come luogo di definizione dell’identità ad una, quella del film di Tommy Lee Jones (e di Guillermo Arriaga), che proprio facendo a pezzi l’epica (e la temporalità) si propone di raccontare l’epoca: la nostra epoca. In particolare lo si farà analizzando la messa in forma e la risoluzione del conflitto con altri: è nell’essere piccoli e umani che gli uomini possono riconoscersi infinitamente simili e non tanto in una comunione di ideali assoluti. È perché “siamo” tutti ugualmente meschini che i confini non hanno ragione di esistere.

La frontiera seriale: Deadwood e la civiltà nord-americana

di Attilio Palmieri

Il presente contributo si propone di prendere in esame le prime due stagioni della serie televisiva Deadwood (HBO, 2004-2006), ambientata nell'omonima città del South Dakota nel 1876, ovvero subito dopo la battaglia di Little Big Horn. Di essa si cercherà di fornire un inquadramento generale rispetto al genere western, evocando alcuni pertinenti esempi cinematografici e approfondendo in modo particolare alcuni nuclei tematici assai indicativi: l'idea di comunità come spontanea pratica di aggregazione, il rapporto con il diverso e la sua visibilità, la complessa interazione di libertà, proprietà privata e violenza come mistura fondativa della civiltà statunitense.

Elementi semantici/elementi sintattici.
Frammenti western in Heat.

di Hamilton Santià

L’intervento vuole dimostrare - partendo dalle posizioni di Rick Altman - come sia gli elementi sintattici che gli elementi semantici del western, ormai diventati veri e propri segni di un “immaginario” condiviso del cinema (non solo americano), possano svilupparsi autonomamente in contesti non tradizionali, riuscendo a ridefinirsi in testi non appartenenti al western.
La scelta di Heat (id., Michael Mann, 1997), pur essendo un noir metropolitano, è funzionale in quanto si presta a una rilettura e riflessione sull'evoluzione dei tratti caratteristici del genere e alla loro ricontestualizzazione (ad es. la frontiera, la soglia, l’amicizia, l'incontro con l'Altro, la città come metafora, o riscrittura, della wilderness).

Per accedere allo streaming, clicca qui

giovedì 3 marzo 2011

Una certa tendenza della fantascienza seriale

MUSEO NAZIONALE DEL CINEMA
BIBLIOMEDIATECA “MARIO GROMO”
in collaborazione con DAMS - UNIVERSITA’ DI TORINO

VENERDÌ 4 marzo 2011
ORE 20.30

BIBLIOMEDIATECA MARIO GROMO
VIA MATILDE SERAO 8/A - TORINO, TEL. 011.8138599

VIAGGI NELLA SERIALITA'



X-FILES, LOST, FRINGE.
Una certa tendenza della fantascienza seriale

Intervengono:

Giaime Alonge (Università di Torino)
Giulia Carluccio (Università di Torino)
Peppino Ortoleva (Università di Torino)
Guglielmo Pescatore (Università di Bologna)

Modera: Attilio Palmieri (Università di Torino)

A seguire:

Proiezione dell’episodio-pilota di X-Files: Al di là del tempo e dello spazio
(USA, 1993) e di un episodio di Ai confini della realtà: Tempo di leggere (USA, 1959)

Ingresso libero fino ad esaurimento posti, previo tesseramento gratuito alla Bibliomediateca.

sabato 1 gennaio 2011

il 2010 degli ultracorpi - the best of...


Giulia Carluccio
  • The Ghostwriter (Roman Polanski) – A Single Man (Tom Ford) – Invictus (Clint Eastwood) – Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan) – The Social Network (David Fincher)
  • Life During Wartime (Todd Solondz) – Survival Of The Dead (George A. Romero) – Up In The Air (Jason Reitman)
Enrico Cassini
  • The Ghost Writer (Roman Polanski)
  • Inception (Christopher Nolan)
  • Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Robin Hood (Ridley Scott)
  • The People vs. George Lucas (Alexandre O. Philippe)
Riccardo Fassone
  1. Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. The Social Network (David Fincher)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Iron Man 2 (Jon Favreau)
  6. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  7. The Expandables (Sylvester Stallone)
  8. Splice (Vincenzo Natali)
  9. Inception (Christopher Nolan)
  10. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
Costanza Fiore
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Invictus (Clint Eastwood)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Winter's Bone (Debra Granik)
  6. Avatar (James Cameron)
  7. Inception (Christopher Nolan)
  8. 127 Hours (Danny Boyle)
  9. The Social Network (David Fincher)
  10. Survival Of The Dead (George A. Romero)
Mariella Lazzarin
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese)
  3. The Social Network (David Fincher)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Chloe (Atom Egoyan)
  6. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Winter’s Bone (Debra Granik)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Andrea Mattacheo
  1. The Social Network (David Fincher) – Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. Meek’s Cutof (Kelly Reichardt)
  3. Winter’s Bone (Debra Granik) – Invictus (Clint Eastwood)
  4. Away We Go (Sam Mendes) – Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  5. Alice In Wonderland (Tim Burton)
  6. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  7. Inception (Christopher Nolan)
Attilio Palmieri
  1. Avatar (James Cameron)
  2. Inception (Christopher Nolan)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. A Single Man (Tom Ford)
  8. Away We Go (Sam Mendes)
  9. Invictus (Clint Eastwood)
  10. Life During Wartime (Todd Solondz)
Chiara Pandolfo
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. Invictus (Clint Eastwood)
  3. Inception (Christopher Nolan)
  4. Black Swan (Darren Aronofsky)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. 127 Hours (Danny Boyle)
  7. Winter’s Bone (Debra Granik)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Precious (Lee Daniels)
  10. Super (James Gunn)
Matteo Pollone
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Survival Of The Dead (George A. Romero)
  5. My Son, My Son, What Have You Done? (Werner Herzog)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. The Town (Ben Affleck)
  9. Chloe (Atom Egoyan)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Roberta Pozza
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Up In The Air (Jason Reitman)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. The Social Network (David Fincher)
  5. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  6. Broadwalk Empire - pilot (Martin Scorsese)
  7. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  8. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  9. Life During Wartime (Todd Solondz)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Hamilton Santià
  1. The Social Network (David Fincher) – Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese) – The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Greenberg (Noah Baumbach) – Jack Goes Boating (Philip Seymour Hoffman) – Away We Go (Sam Mendes)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Life During Wartime (Todd Solondz)
  6. Up In The Air (Jason Retiman)
Fuori classifica: Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)

Nicolò Vigna
  • Avatar (James Camerno) - The Social Network (David Fincher) - The Ghostwriter (Roman Polanski)
  • Shutter Island (Martin Scorsese) - Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan)
  • Up In The Air (Jason Reitman) - Invictus (Clint Eastwood)
  • Somewhere (Sofia Coppola) - Life During Wartime (Todd Solondz)

domenica 19 dicembre 2010

TFF 2010 - Vanishing on 7th Street (Brad Anderson)

Brad Anderson è una figura singolare, un personaggio che percorre in modo imprevedibile l'orbita che circonda la stella dell'audiovisivo. Un regista che ha interpretato in maniera decisamente moderna la sua presenza all'interno del panorama cinematografico/televisivo. Nato nel Connecticut nel 1964, studia in Europa alla London International Film School, specializzandosi come montatore. Seguendo una strada ormai battuta esordisce nel lungometraggio al Sundance Film Festival con The Darie Gap nel 1996. Nel 2001 si fa conoscere dagli amanti dell'horror con Session 9, attraversamento di un manicomio a basso costo e nel 2004, grazie ad una produzione spagnola gira L'uomo senza sonno, divenuto famoso soprattutto per lo sforzo attoriale di Christian Bale. Non contento Anderson offre il suo occhio anche al servizio del piccolo schermo dirigendo l'episodio Rumori e tenebre dei Masters of Horror e circa una decina divisi tra The Shield, The Wire, Fringe e Boardwalk Empire.

Vanishing on 7th Street presentato al Torino Film Festival nella sezione Rapporto confidenziale racconta la storia di Luke, Paul, Rosemary e James, unici sopravvissuti di un blackout che colpisce la città di Detroit. La vita e la morte non dovrebbero essere direttamente in discussione in casi come questo, ma stavolta il buio porta con sé le vite che incontra, lasciando gli abiti quali unica testimonianza delle esistenze scomparse. I quattro eroi si rifugiano nel solo luogo in cui è ancora possibile stare al mondo, un vecchio bar la cui luce artificiale è prodotta da un generatore a benzina posto nel seminterrato. Ma il carburante è destinato a finire.

Il film di Brad Anderson immediatamente dichiara la sua appartenenza all'horror apocalittico che negli ultimi anni, tra cinema a televisione, ha visto nel suo novero una serie crescente di opere. Una volta spenta la luce all'interno della sala si accende quella della macchina da presa di Anderson, che ci propone una storia non nuova dal punto di vista narrativo (il videogioco
Alan Wake è solo uno dei tanti luoghi da cui Vanishing sembra aver pescato), ma con ambizioni teoriche che, almeno in prima istanza, appaiono di grande portata. Si esiste solo se illuminati. Sembra essere questa la proposizione chiave del film, quella che ne racchiude il senso. Così come i colori esplicitano la loro diversità solo se toccati dalla luce, gli uomini del film mantengono la loro presenza corporea solo se visibili. Un incipit che affonda nella dialettica tra luce e buio inserendosi nel rapporto scopico tra presenza e assenza: la visione del sé è subordinata alla visione altrui. Si esiste, dunque, attraverso gli occhi di chi ci osserva, solo se la nostra immagine è riconoscibile da uno sguardo che è altro da noi.

Purtroppo questi buoni presupposti svaniscono dopo mezz'ora di film in favore della tendenza al melodramma sentimentale e alla dichiarazione di velleitari messaggi dal sapore universale. Con un teorema dal ritornello cartesiano i protagonisti del film si convincono di esistere (“mi impongo di esistere ergo sono”), evocando rimandi filosofici, sempre purtroppo sul profilo dello slogan, che in un film apocalittico stonano, per superficialità e inconsistenza, così tanto da suscitare il riso.

Attilio Palmieri

sabato 18 dicembre 2010

TFF 2010 - White Irish Drinkers (John Gray)



White Irish Drinkers non si perde in prologhi, non indugia in riempitivi iniziali, mette immediatamente le carte in tavola chiarendo fin da subito le premesse e gli obiettivi. Innanzitutto quelli tematici: ad essere raccontata è la storia di una famiglia di irlandesi trapiantata a New York, di umile ceto sociale e alle prese con il conflitto tra un’amara realtà con cui necessariamente fare i conti e l’utopia di una vita diversa, da benestanti, da americani. Il tentativo è quello di impostare tale racconto su una struttura proteiforme che veda come fulcro Brian Leary, il più giovane tra i due figli, dal quale si diramino strade narrative che lo legano alla famiglia, al lavoro, agli amici; ambienti e situazioni raccordate dalla presenza comune del protagonista, adempiendo in questo modo sia alla completa connotazione del personaggio di Brian, sia alla rappresentazione totale dell’universo pubblico e privato che lo circonda.

Terminano qui, purtroppo, i meriti del film, le cui potenzialità sono ben lontane da ciò che appare sullo schermo e fin da subito è evidente che i problemi riguardano svariati frangenti dell’opera. Le scelte stilistiche sono una delle condanne del film: il registro complessivo è appiattito su un patetismo eccessivo ed insensato, privo di ogni giustificazione narrativa, affibbiando una condanna inappellabile alla verosimiglianza e alla credibilità del racconto. Tutto ciò è accentuato da una regia schizofrenica che alterna l’invisibilità dell’istanza narrante ad un pedinamento con macchina a spalla estremo, senza che questi siano motivati dal alcun accadimento narrativo o mutamento ritmico.

La scrittura però è il settore che presenta più problemi: la costruzione dei personaggi non riesce mai a sganciarsi dallo stereotipo: si va dall’abusatissimo padre violento, conservatore e alcolista, al figlio maggiore aggressivo verso il fratello, ma solo perché vittima della brutalità del genitore; dalla madre mansueta, mediatrice all’interno del nucleo familiare e disposta sempre e comunque a sopportare ogni atrocità, al figlio minore cresciuto con il sogno di emanciparsi da una condizione sociale e familiare bigotta e repressiva, con aspirazioni artistiche e capacità inespresse, ma senza il coraggio di abbandonare la propria casa.

Il tentativo di mettere in scena al contempo sia un ritratto domestico, sia un affresco sociale così ambizioso fallisce clamorosamente sfociando in una sagra degli stereotipi in cui la retorica fa la gara con il patetismo, specie nel finale in cui si prova persino un certo imbarazzo quando si scopre che anche il fratello maggiore aveva velleità artistiche, ma represse non si sa se dalle sue scarse capacità, dalla poca determinazione o dalla inesistente fiducia in se stesso. Epilogo in cui non possono mancare le attesissime lacrime del burbero padre, che solo con la morte del figlio che ha sempre malmenato – ma segretamente amato - mostra un momento di debolezza e “va al tappeto”.

Attilio Palmieri