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sabato 1 gennaio 2011

il 2010 degli ultracorpi - the best of...


Giulia Carluccio
  • The Ghostwriter (Roman Polanski) – A Single Man (Tom Ford) – Invictus (Clint Eastwood) – Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan) – The Social Network (David Fincher)
  • Life During Wartime (Todd Solondz) – Survival Of The Dead (George A. Romero) – Up In The Air (Jason Reitman)
Enrico Cassini
  • The Ghost Writer (Roman Polanski)
  • Inception (Christopher Nolan)
  • Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Robin Hood (Ridley Scott)
  • The People vs. George Lucas (Alexandre O. Philippe)
Riccardo Fassone
  1. Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. The Social Network (David Fincher)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Iron Man 2 (Jon Favreau)
  6. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  7. The Expandables (Sylvester Stallone)
  8. Splice (Vincenzo Natali)
  9. Inception (Christopher Nolan)
  10. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
Costanza Fiore
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Invictus (Clint Eastwood)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Winter's Bone (Debra Granik)
  6. Avatar (James Cameron)
  7. Inception (Christopher Nolan)
  8. 127 Hours (Danny Boyle)
  9. The Social Network (David Fincher)
  10. Survival Of The Dead (George A. Romero)
Mariella Lazzarin
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese)
  3. The Social Network (David Fincher)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Chloe (Atom Egoyan)
  6. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Winter’s Bone (Debra Granik)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Andrea Mattacheo
  1. The Social Network (David Fincher) – Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. Meek’s Cutof (Kelly Reichardt)
  3. Winter’s Bone (Debra Granik) – Invictus (Clint Eastwood)
  4. Away We Go (Sam Mendes) – Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  5. Alice In Wonderland (Tim Burton)
  6. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  7. Inception (Christopher Nolan)
Attilio Palmieri
  1. Avatar (James Cameron)
  2. Inception (Christopher Nolan)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. A Single Man (Tom Ford)
  8. Away We Go (Sam Mendes)
  9. Invictus (Clint Eastwood)
  10. Life During Wartime (Todd Solondz)
Chiara Pandolfo
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. Invictus (Clint Eastwood)
  3. Inception (Christopher Nolan)
  4. Black Swan (Darren Aronofsky)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. 127 Hours (Danny Boyle)
  7. Winter’s Bone (Debra Granik)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Precious (Lee Daniels)
  10. Super (James Gunn)
Matteo Pollone
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Survival Of The Dead (George A. Romero)
  5. My Son, My Son, What Have You Done? (Werner Herzog)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. The Town (Ben Affleck)
  9. Chloe (Atom Egoyan)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Roberta Pozza
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Up In The Air (Jason Reitman)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. The Social Network (David Fincher)
  5. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  6. Broadwalk Empire - pilot (Martin Scorsese)
  7. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  8. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  9. Life During Wartime (Todd Solondz)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Hamilton Santià
  1. The Social Network (David Fincher) – Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese) – The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Greenberg (Noah Baumbach) – Jack Goes Boating (Philip Seymour Hoffman) – Away We Go (Sam Mendes)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Life During Wartime (Todd Solondz)
  6. Up In The Air (Jason Retiman)
Fuori classifica: Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)

Nicolò Vigna
  • Avatar (James Camerno) - The Social Network (David Fincher) - The Ghostwriter (Roman Polanski)
  • Shutter Island (Martin Scorsese) - Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan)
  • Up In The Air (Jason Reitman) - Invictus (Clint Eastwood)
  • Somewhere (Sofia Coppola) - Life During Wartime (Todd Solondz)

domenica 19 dicembre 2010

TFF 2010 - Winter's Bone (Debra Granik)


Ree vive in una zona prevalentemente montuosa del Missouri e, a causa delle malattia non meglio precisata della madre, deve prendersi cura dei due fratelli più piccoli. La vita però si rende ancora più complicata quando la ragazza scopre che il padre, noto produttore e spacciatore di sostanze stupefacenti, esce di galera e garantisce la loro casa come cauzione qualora lui non si fosse presentato all’udienza successiva. La ricerca del padre diventa per la ragazza - che non si arrende - sinonimo di disperazione e violenza subita.

È ormai visibile a tutti una certa tendenza riscontrabile nelle trame dei film vincitori al Sundance Film Festival da due anni a questa parte: vengono predilette le storie aventi come protagoniste donne di carattere forte e tenace, che non sognano un mondo migliore bensì semplicemente una vita normale. Basti pensare a Frozen River di Courtney Hunt (in cui ritorna lo scenario invernale) dove una donna sceglie l’illegalità per garantire una nuova casa prefabbricata ai suoi figli oppure a Precious che racconta di una diciassettenne (la stessa età di Ree) picchiata e stuprata dal padre, che decide di riscattarsi attraverso l’iscrizione a una scuola con un programma “speciale” e, soprattutto, decidendo di tenere il bambino che ha in corpo.

Sono storie perlopiù ambientate nell’America profonda, quella xenofoba e guerrafondaia che crede nell’alcool (o nella droga) come soluzione estrema a ogni male, ma che però è muta, non riesce a esprimersi perché non è andata a scuola e preferisce l’uso del fucile alle parole. È l’America che vota Bush e non Obama perché non vuole la presenza assidua del governo federale all’interno dei suoi confini “auto”- stabiliti, preferendo il darwinismo sociale alla legge.

La regista dipinge la comunità dove vive Ree attraverso reminescenze di genere che richiamano alla memoria in maniera esplicita certe atmosfere western riconducibili a film come The Ox-Bow Incident di William Wellman. Questi nazionalisti fanatici (si noti l’esubero delle bandiere stelle e strisce), che conoscono solo l’arte della guerra e l’arruolamento nell’esercito come unica possibilità di riscatto finanziario e morale, sono i diretti discendenti dei protagonisti di Wellman.

Non bisogna infatti pensare a Winter’s Bone come a un semplice trattato sociologico che mostra l’America profonda e i suoi tratti più inspiegabili, perché è nell’accostamento di generi (non solo il western, ma anche il noir, l’horror e il thriller) che la pellicola della Granik trova compimento. La ricerca del padre scomparso – o come dicono gli stessi americani “che ha traslocato in favore delle tenebre” – si affolla di misteri e di domande senza risposta. Ree entra in conflitto con le abitudini tribali di una comunità che vive grazie al narcotraffico e, di casa in casa, di ferita in ferita (prima morale, poi anche fisica), riesce ad andare in profondità arrivando a scoprire “lo scheletro” del mistero che aleggia sulla scomparsa del padre, giungendo a toccare il cuore barbarico dell’America, così come il film quello archetipico del cinema americano.

Winter’s Bone risulta sicuramente ammirevole per la linearità e il rigore tragico – quasi disperato – che assume l’andamento del racconto, mentre lo stesso paesaggio esterno acquisisce il carattere cupo e claustrofobico di una messa in scena in interni. Anche se talvolta la regista ricorre ad alcune convenzioni abusate nella rappresentazione dell’America profonda - la presenza della musica metal come metonimia della violenza - il film acquisisce sicuramente, anche grazie alla totale mancanza di colonna sonora e a una fotografia molto brutale e immediata, l’accezione di descrizione dura, livida, ma soprattutto reale. Proprio per questo motivo l’ultima sequenza (Ree e i due fratelli sono seduti vicino al portico e la figlia minore accenna un motivetto country al banjo) non ricorre al consueto schema fiabesco che vede il Male sconfitto dal Bene, bensì si risolve in una sospensione, un finale aperto verso la speranza.

Mariella Lazzarin

domenica 12 dicembre 2010

TFF 2010 - Kaboom (Gregg Araki)


Dopo il racconto di un'infanzia rimossa in Mysterious Skin e dei ménage à trois in Splendor, Araki forza ancora le cifre contenutistiche che più gli sono care in Kaboom riportando in scena i soggetti ricorrenti all'interno della sua opera, specie la generazione X, l'apocalittica "Doom Generation".
La vita - apparentemente tranquilla - di Smith, un ragazzo bisessuale a cui “non piacciono le etichette” coinvolge infatti una serie di ventenni dalle personalità molto strambe: Thor, il suo compagno di stanza dalle chiare tendenze omosessuali, anche se ama il surf e odia i gay, il cui nome fa sicuramente più riferimento all'alto biondo e muscolosissimo eroe dei fumetti Marvel piuttosto che al personaggio dell'opera di Wagner; la migliore amica del protagonista, Stella, che è invischiata in una relazione sessuale con una donna che in realtà è una strega dai poteri soprannaturali e il Messiah (interpretato da James Duval attore feticcio nel cinema del regista), un relitto umano che fuma marijuana e urla alla fine del mondo.
È impossibile però considerare Araki come un regista che racconta una “gioventù bruciata”: i suoi personaggi – i “suoi” giovani – sono da contestualizzare all'interno di uno scenario più ampio, un certo tipo di cultura prevalentemente americana – la cultura dello stesso artista – infarcita di suggestioni fumettistiche, Pop Art, commedia nera, richiami al cinema di Lynch, cyberpunk e letteratura americana contemporanea (chiaramente Bret Easton Ellis) che non costruiscono l'adolescente ma solo la sua immagine distorta immediatamente comprensibile solo da chi ha avuto lo stesso tipo di formazione.
Queste diversissime personalità che sembrano estrapolate da una teen comedy americana hanno ben poco a che fare con la sfrontatezza e il disincanto (omicida) dei “Natural Born Killers” delle prime opere di Araki. Ricordiamo a questo proposito la prima sequenza di The Doom Generation in cui la macchina da presa dopo essersi soffermata sul nome della discoteca “Welcome to Hell” inquadra la giovane protagonista del film che accoglie gli spettatori con un insulto (“stronzi”) chiaramente diretto al mondo intero.

La nuova (?) generazione drogata e dannata di Araki perde la cattiveria e la contrapposizione tra giovani e società lasciando posto invece a una riflessione sulla realtà che diventa sogno, sul banale che si rende incubo, sul quotidiano che muta in visione mostruosa. Opposti che Araki alterna attraverso l'uso di due registri contrapposti, il primo strettamente preparatorio – in cui vengono presentate le abitudini soprattutto sessuali dei personaggi – lascia spazio a metà del film al secondo dove viene evocato il soprannaturale à la Twin Peaks. In entrambe le parti Araki fortunatamente aggiunge, rendendolo centrale all'interno del mood del film, il registro comico plasmato su un umorismo nero anch’esso più innocuo e fondamentalmente più divertente rispetto alle prime opere. Facezie intelligenti e politically scorrect di un regista che non si vuole prendere troppo sul serio e seppur avvicinatosi al carattere mainstream non perde il coraggio che da sempre lo contraddistingue (“Are you worried?” chiede un personaggio; l'altro risponde: “Does Mel Gibson hate Jews?”). In questo senso è peculiare la scelta di Araki di utilizzare una fotografia patinata tipica delle sit-com americane e un montaggio serrato quasi da videoclip ampiamente contrastati nella seconda parte del film dall'uso della macchina a mano.
Molto significativa all'interno della pellicola è l'utilizzo della musica – o ancora – di un certo tipo di musica propria di una controcultura particolare e giovanilistica, la new wave degli anni Ottanta e i suoi epigoni, una musica dai toni oscuri e apocalittici che chiude il film con The Bitter End dei Placebo: appunto, una fine amara.

Mariella Lazzarin