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venerdì 1 aprile 2011

HITCHCOCKIANA 3 - Hitchcock e la televisione Tavola rotonda

L'APPUNTAMENTO DI OGGI POMERIGGIO ore 17.00 "HITCHCOCKIANA - Hitchcock e la televisione" SI SVOLGERA' PRESSO L'AUDITORIUM DEL LABORATORIO QUAZZA E NON PRESSO LA BIBLIOMEDIATECA MARIO GROMO COME PRECEDENTEMENTE COMUNICATO.


All’interno del ciclo di appuntamenti “HITCHCOCKIANA”continua l’indagine sui (capo)lavori di Alfred Hitchcock.

Emanuele Bigi, autore del saggio L’ombra e il profilo: la tv di Alfred Hitchcock (Lindau, 2003) ci guiderà nella scoperta di un Hitchcock insolito rispetto a quello cinematografico, meno celebre, ma altrettanto riconoscibile nel linguaggio stilistico; un Hitchcock che durante la metà degli anni ’50, in un momento in cui il cinema hollywoodiano veniva in qualche maniera messo in discussione dall’avvento della televisione, decide di sperimentare, di mettersi alla prova, e si cimenta con il nuovo medium collaborando, presentando e in taluni casi firmando episodi destinati unicamente alla televisione. Nascono Alfred Hitchcock Presents e, in seguito, The Alfred Hitchcock Hour, serie televisive premiate da un enorme successo di pubblico.

Partecipano all’incontro, assieme all'autore, Giulia Carluccio e Riccardo Fassone dell’Università di Torino, introduce Paola Bortolaso del Museo Nazionale del Cinema.

Al termine della presentazione verranno proiettati quattro episodi della serie Alfred Hitchcock Presents girati da Alfred Hitchcock.

mercoledì 9 marzo 2011

Open Range - Streaming

Il seminario Open Range. Percorsi nel neo-western: evoluzione di un genere, curato da "gli ultracorpi" in collegamento al corso di Storia del Cinema Nordamericano sotto la supervisione della prof. Giulia Carluccio, è disponibile in streaming al sito del Laboratorio Multimediale G. Quazza, che ringraziamo per la gentile collaborazione.

Ecco gli abstract degli interventi del pomeriggio:

Ricollocazione e ripensamento.
Gli omaggi estremi al western da I tre amigos a L'uomo del giorno dopo.

di Matteo Pollone

La frontiera è il segno della divisione tra tame e wild, linea di demarcazione temporale tra un passato morente e un futuro inevitabile, luogo astratto attorno al quale si sviluppa il western. La resurrezione del genere degli ultimi decenni sembra invertire in qualche modo le polarità separate dalla frontiera. Grazie, spesso, ad una ricollocazione all’interno di altri generi, come la fantascienza, il movimento che, rappresentato negli anni Cinquanta, era rivolto al futuro e verso la conquista di terre selvagge, diventa oggi una tensione verso una riconquista, verso un passato da ricostruire o a cui tornare. L’intervento cita alcuni esempi, il più significativo dei quali è il film L'uomo del giorno dopo (The Postman, 1997, Kevin Costner), ripensamento estremo del western, film post apocalittico in cui il protagonista si fa portatore di un futuro che altro non è che la ricostituzione degli Stati Uniti d’America. I film citati sono accomunati da una profonda nostalgia del genere ma dalla consapevolezza che è impossibile, oggi, realizzare un western senza interrogarsi sulla necessità di ridiscuterlo profondamente.

Il diritto di essere opachi.
Identità e alterità ne Le tre sepolture.

di Andrea Mattacheo

"C’è modo e luogo di scoprire che il confine è d’aria e luce"
C. S. I, Vicini

L’intervento si propone di analizzare come vengono affrontati i concetti di alterità e identità all’interno del film Le tre sepolture (The Three Burials Of Melquiades Estrada, 2006, Tommy Lee Jones). Mettendo soprattutto in risalto la connotazione fortemente e programmaticamente “contemporanea” del concetto di frontiera in opposizione all’immaginario western più tradizionale.
Nel farlo ci si concentrerà sul passaggio da una narrazione che guarda all’epica e al mito come luogo di definizione dell’identità ad una, quella del film di Tommy Lee Jones (e di Guillermo Arriaga), che proprio facendo a pezzi l’epica (e la temporalità) si propone di raccontare l’epoca: la nostra epoca. In particolare lo si farà analizzando la messa in forma e la risoluzione del conflitto con altri: è nell’essere piccoli e umani che gli uomini possono riconoscersi infinitamente simili e non tanto in una comunione di ideali assoluti. È perché “siamo” tutti ugualmente meschini che i confini non hanno ragione di esistere.

La frontiera seriale: Deadwood e la civiltà nord-americana

di Attilio Palmieri

Il presente contributo si propone di prendere in esame le prime due stagioni della serie televisiva Deadwood (HBO, 2004-2006), ambientata nell'omonima città del South Dakota nel 1876, ovvero subito dopo la battaglia di Little Big Horn. Di essa si cercherà di fornire un inquadramento generale rispetto al genere western, evocando alcuni pertinenti esempi cinematografici e approfondendo in modo particolare alcuni nuclei tematici assai indicativi: l'idea di comunità come spontanea pratica di aggregazione, il rapporto con il diverso e la sua visibilità, la complessa interazione di libertà, proprietà privata e violenza come mistura fondativa della civiltà statunitense.

Elementi semantici/elementi sintattici.
Frammenti western in Heat.

di Hamilton Santià

L’intervento vuole dimostrare - partendo dalle posizioni di Rick Altman - come sia gli elementi sintattici che gli elementi semantici del western, ormai diventati veri e propri segni di un “immaginario” condiviso del cinema (non solo americano), possano svilupparsi autonomamente in contesti non tradizionali, riuscendo a ridefinirsi in testi non appartenenti al western.
La scelta di Heat (id., Michael Mann, 1997), pur essendo un noir metropolitano, è funzionale in quanto si presta a una rilettura e riflessione sull'evoluzione dei tratti caratteristici del genere e alla loro ricontestualizzazione (ad es. la frontiera, la soglia, l’amicizia, l'incontro con l'Altro, la città come metafora, o riscrittura, della wilderness).

Per accedere allo streaming, clicca qui

sabato 1 gennaio 2011

il 2010 degli ultracorpi - the best of...


Giulia Carluccio
  • The Ghostwriter (Roman Polanski) – A Single Man (Tom Ford) – Invictus (Clint Eastwood) – Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan) – The Social Network (David Fincher)
  • Life During Wartime (Todd Solondz) – Survival Of The Dead (George A. Romero) – Up In The Air (Jason Reitman)
Enrico Cassini
  • The Ghost Writer (Roman Polanski)
  • Inception (Christopher Nolan)
  • Shutter Island (Martin Scorsese)
  • Robin Hood (Ridley Scott)
  • The People vs. George Lucas (Alexandre O. Philippe)
Riccardo Fassone
  1. Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. The Social Network (David Fincher)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Iron Man 2 (Jon Favreau)
  6. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  7. The Expandables (Sylvester Stallone)
  8. Splice (Vincenzo Natali)
  9. Inception (Christopher Nolan)
  10. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
Costanza Fiore
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Invictus (Clint Eastwood)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Winter's Bone (Debra Granik)
  6. Avatar (James Cameron)
  7. Inception (Christopher Nolan)
  8. 127 Hours (Danny Boyle)
  9. The Social Network (David Fincher)
  10. Survival Of The Dead (George A. Romero)
Mariella Lazzarin
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese)
  3. The Social Network (David Fincher)
  4. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  5. Chloe (Atom Egoyan)
  6. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Winter’s Bone (Debra Granik)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Andrea Mattacheo
  1. The Social Network (David Fincher) – Life During Wartime (Todd Solondz)
  2. Meek’s Cutof (Kelly Reichardt)
  3. Winter’s Bone (Debra Granik) – Invictus (Clint Eastwood)
  4. Away We Go (Sam Mendes) – Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  5. Alice In Wonderland (Tim Burton)
  6. My Son, My Son, What Have You Done? (Wener Herzog)
  7. Inception (Christopher Nolan)
Attilio Palmieri
  1. Avatar (James Cameron)
  2. Inception (Christopher Nolan)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. A Single Man (Tom Ford)
  8. Away We Go (Sam Mendes)
  9. Invictus (Clint Eastwood)
  10. Life During Wartime (Todd Solondz)
Chiara Pandolfo
  1. Shutter Island (Martin Scorsese)
  2. Invictus (Clint Eastwood)
  3. Inception (Christopher Nolan)
  4. Black Swan (Darren Aronofsky)
  5. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  6. 127 Hours (Danny Boyle)
  7. Winter’s Bone (Debra Granik)
  8. A Single Man (Tom Ford)
  9. Precious (Lee Daniels)
  10. Super (James Gunn)
Matteo Pollone
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. Survival Of The Dead (George A. Romero)
  5. My Son, My Son, What Have You Done? (Werner Herzog)
  6. The Social Network (David Fincher)
  7. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  8. The Town (Ben Affleck)
  9. Chloe (Atom Egoyan)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Roberta Pozza
  1. Inception (Christopher Nolan)
  2. Up In The Air (Jason Reitman)
  3. Shutter Island (Martin Scorsese)
  4. The Social Network (David Fincher)
  5. The Ghostwriter (Roman Polanski)
  6. Broadwalk Empire - pilot (Martin Scorsese)
  7. Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)
  8. Toy Story 3 (Lee Unkrich)
  9. Life During Wartime (Todd Solondz)
  10. Invictus (Clint Eastwood)
Hamilton Santià
  1. The Social Network (David Fincher) – Inception (Christopher Nolan)
  2. Shutter Island (Martin Scorsese) – The Ghostwriter (Roman Polanski)
  3. Greenberg (Noah Baumbach) – Jack Goes Boating (Philip Seymour Hoffman) – Away We Go (Sam Mendes)
  4. Invictus (Clint Eastwood)
  5. Life During Wartime (Todd Solondz)
  6. Up In The Air (Jason Retiman)
Fuori classifica: Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson)

Nicolò Vigna
  • Avatar (James Camerno) - The Social Network (David Fincher) - The Ghostwriter (Roman Polanski)
  • Shutter Island (Martin Scorsese) - Fantastic Mr. Fox (Wes Anderson) – Inception (Christopher Nolan)
  • Up In The Air (Jason Reitman) - Invictus (Clint Eastwood)
  • Somewhere (Sofia Coppola) - Life During Wartime (Todd Solondz)

venerdì 31 dicembre 2010

TFF 2010 - Qualche considerazione...

Scorrere il catalogo di un festival alla ricerca di indicazioni sullo stato di una cinematografia nazionale può essere un esercizio ozioso. Le rassegne di questo tipo, anche le più prestigiose, sono frutto di negoziazioni, compromessi, tentativi. Nel caso del Torino Film Festival, storicamente vicino all'avanguardia e alla sperimentazione, tuttavia, si può sperare di confrontarsi con una selezione che disegni percorsi all'interno di un cinema che si possa dire nuovo. Non tanto e non solo nel senso della ricerca linguistica e tecnica, quanto piuttosto nel disallineamento dallo status quo del narrare per immagini, nella programmatica dissonanza.

Nel contesto del cinema indipendente americano contemporaneo – siamo consapevoli della provvisorietà della definizione – abbiamo cercato di isolare due nuclei tematici ricorrenti. Il primo è legato alla rappresentazione della ruralità.
Anche senza risalire a Non aprite quella porta – che rimane però un riferimento imprescindibile per molte opere che citeremo – ci si accorge della pervasività di tale tema nel cinema indipendente statunitense dell'ultimo decennio pensando alle devianze di
Gummo o all'allucinazione twaininana di Undertow. Il film vincitore del festival, Winter's Bone di Debra Granik pare inserirsi in questa recente tradizione. È la fotografia di una zona di marginalità (quella che, con una perifrasi molto in voga qualche anno fa, si definiva “la provincia americana”) che sembra imporre il ritorno a uno stato di natura feroce. Un ritratto simile a quello offerto dal canadese Small Town Murder Songs, che a partire da un omicidio tenta di cogliere le peculiarità della quotidianità segregata in un villaggio mennonita. La provincia dei film citati, però, non è più il luogo della vendetta del non civilizzato di Un tranquillo weekend di paura o de I guerrieri della palude silenziosa. Tanto in Winter's Bone quanto in Small Town Murder Song, il dualismo tra civiltà e barbarie è cancellato dall'assenza di un riferimento alla città. In entrambi i casi, le comunità sono agglomerati di case sparse, mal disposte su un terreno brullo, cui non è offerta la possibilità del confronto – anche violento – con altri. È un ritratto dell'altrove che si fa astratto e, nel caso del film della Granik, anche vagamente calligrafico. Quasi rimandasse a un'idea dell'altro da sé fissata in caratteri (anche estetici; si pensi al prototipo redneck di Winter's Bone) tanto riconoscibili quanto inoffensivi.

Il secondo nodo tematico evidenziato trasversalmente dalle pellicole nordamericane selezionate dal festival è quello relativo al rapporto tra il cinema e la cultura di massa. In film come
Super o Kaboom è all'opera una commistione tra i dispositivi espressivi del cinema e alcune convenzioni rappresentative di altri media popolari. Nel film di James Gunn, ad esempio, il fumetto non è solo una parte esplicita della narrazione (la coprotagonista gestisce una fumetteria), ma rappresenta un orizzonte estetico evocato e ricostruito più volte durante il racconto. Kaboom, invece, nel creare una commistione tra linguaggio cinematografico (o, si direbbe, cinofilo, vista l'abbondanza di citazioni) e grammatica del montaggio di natura televisiva, dà vita a calcolate discrasie narrative.
D'altra parte, in film
Altitude e Suck si assiste a una messa in scena esplicita di alcuni feticci della cultura di massa. In entrambi i casi è attivo un doppio movimento: da un lato vi è un processo di mitizzazione della pop culture, dall'altro una forma di distacco ironico. La presenza di alcune star dell'hard rock nel film di Stefaniuk rappresenta un tentativo di sfruttare questa tensione: alla ridicolizzazione del machismo e dell'estetica cimiteriale dell'heavy metal si affianca la trasfigurazione mitica di alcuni dei suoi esponenti più illustri.

Entrambe le tendenze evidenziate sembrano rileggere ossessioni ricorrenti del cinema americano. Come detto, l'ipotesi del rurale come luogo della sopraffazione e della violenza fu uno dei tratti caratteristici del cinema degli anni Settanta (ma si potrebbe risalire fino a
La morte corre sul fiume). L'approccio ironico alla cultura popolare messo in luce da film come Altitude o Suck, d'altra parte, non sembra molto diverso da quello presente in alcuni film degli anni Ottanta come Ai confini della realtà o Morte a 33 giri. Per molti versi, dunque, la nostra ricognizione – evidentemente parziale e rapsodica – ha evidenziato ricorsi più che avanguardie. Se tale dinamica sia dovuta a una precisa scelta operata dai curatori del festival o, piuttosto, a un effettivo ritorno di certe pulsioni in seno al cinema indipendente americano, rimane una questione aperta.

Riccardo Fassone

domenica 19 dicembre 2010

Speciale Clint Eastwood – Anteprima Hereafter

a cura di Giulia Carluccio e Hamilton Santià

La serata di chiusura del TFF 2010 ha presentato in anteprima
Hereafter, l’ultimo atteso film di Clint Eastwood.

In attesa di riprendere il discorso sul film dopo l’uscita in sala, prevista per i primi di gennaio, Gli Ultracorpi hanno chiesto a critici e studiosi presenti alla proiezione festivaliera di intervenire “a caldo”, con note e brevi recensioni, in modo da costruire un mosaico di sguardi plurale su quello che appare come il più controverso tra gli ultimi film di Eastwood.

In ordine alfabetico, interventi di: Pier Maria Bocchi, Chiara Borroni, Riccardo Fassone, Bruno Fornara, Emanuela Martini, Grazia Paganelli, Franco Prono, Gianni Rondolino, Gianni Volpi.




Ciò che mi piace del cinema di Eastwood, e in particolare del più recente (il tanto bistrattato
Invictus compreso), è il desiderio di unire gli opposti, il tentativo di associare i contrari. Anche al prezzo di una vita. Ciò che non mi piace di Hereafter è l'inclinazione sospetta a recintare gli opposti, la propensione ambigua a esiliare tra loro i contrari. Tanto che a risultare celebrata è la solitudine dei numeri primi, e non la loro possibilità di integrazione. Hereafter conduce all'imprigionamento dell'eccezionalità, piuttosto che alla sua "pratica" nel mondo; all'annichilimento della comprensione delle diversità, piuttosto che alla sua promozione. E sulla necessità dell'abbandono dei propri "morti", per poter finalmente tornare a vivere, trovo che Inception, per esempio, sia molto più convincente e straziante.

Pier Maria Bocchi


Hereafter inizia investendo lo spettatore con la forza distruttrice di uno tsunami. Annichiliti, annientati come si resta quando si perde qualcuno, incapaci di pensare a un oltre terreno e affrontabile con le proprie sole forze. Hereafter non è infatti tanto un film sull’aldilà quanto piuttosto un film sul restare comunque al di qua del limite e sopravvivere, un film sull’accettabilità della morte; solo nella storia dei gemelli londinesi si riesce però a scorgere il vigore, e anche il rigore forse, che ci si aspetta da un Eastwood che si confronta con questo tipo di esperienza umana. L’inizio dell’episodio di cui sono protagonisti gli stupefacenti fratelli McLaren è probabilmente la sequenza più brillante del film: la fotografia per la madre, l’interazione tra i caratteri dei due personaggi, il loro bastarsi e giustificarsi a vicenda. La sceneggiatura non è però per intero all’altezza dell’episodio, che finisce per altro anche questo per sfilacciarsi, e il film si perde (non basta la regia sicura) in un girovagare che non trova il doloroso e concreto mordente del cinema migliore dell’amato vecchio Clint.

Chiara Borroni


Hereafter è un film sul raccontare come atto ordinante, sulla narrazione come tentativo di rendere visibile ciò che non lo è. A Eastwood non interessano le meccaniche del narrare (il gioco del racconto nel racconto), ma piuttosto la ricomposizione del caos che è propria della messa in racconto del mondo.
Come molti film dell'autore californiano, anche
Hereafter contiene un doppio movimento. Da un lato il radicale ripensamento di forme espressive classiche (qui, ad esempio, il campo/controcampo), dall'altro il dispiegamento di un sistema ideologico coerente e complesso, che è forse il dato più evidente dell'eastwoodianità dell'ultimo decennio.
Calato nella contemporaneità fino quasi alla cronaca,
Hereafter è la prova definitiva che ogni etichetta mummificante (“ultimo classico”) attribuita a Eastwood svilisce la vitalità del suo cinema.

Riccardo Fassone


Tra
here e after, qui e dopo, Eastwood sta dichiaratamente per il qui, per l'adesso. L'Ade è un posto triste, in una luce troppo abbagliante: e nella luce piena non si riesce a vedere, come al buio. È in questo nostro mondo che si giocano i destini dei personaggi. È qui che George "vede" il passato dei morti e capisce quanto il loro ricordo pesi sui vivi. Da questo peso si vuole liberare. Così alla fine George guarisce (e non "vede" più): grazie all'aiuto di un bambino e al bacio di una donna. Il gruppo eastwoodiano si è riformato, come in tanti altri film di Clint. E si può cominciare a vivere davvero.

Bruno Fornara


Facce quotidiane. Gente. Persone normali accerchiate dalla solitudine, nella quale sono abituate a vivere o della quale diventano consapevoli all’improvviso, magari a causa di un evento traumatico. Questo racconta
Hereafter, il bellissimo nuovo film di Clint Eatswood nel quale la morte, percepita tutto intorno o incontrata bruscamente, è solo un momento della vita o uno spunto narrativo, quello che ti costringe a ripensare a te stesso, ai tuoi rapporti e al tuo bisogno degli altri. Tutt’altro che un film “senile” (come poteva trapelare da alcune recensioni americane). Anzi, un film che risolve brillantemente un intreccio molto complicato e all’apparenza slegato, e che racconta la fatica quotidiana e la sorprendente bellezza di vivere. Basta inseguire una passione, magari quella per Charles Dickens, basta affidarsi al caso, per scoprire la persona perfetta, quella alla quale si può stringere la mano senza rabbrividire. È il Destino del mélo, quello che anni fa ha fatto incontrare Francesca e Robert Kincaid (I ponti di Madison County) o Butch e Buzz (Un mondo perfetto) o persino il vecchio Walt Kowalski con i suoi giovani vicini Hmong (Gran Torino). È il mondo dei giusti come lo vede Clint Eastwood, con umanità e rispetto. È il nostro mondo, con le ombre impalpabili dei morti e dei perduti che ci circondano e ci ricordano di vivere.

Emanuela Martini




Classico solo nel respiro di un cinema robusto e radicato nell’idea della ricerca e della sfida.
Hereafter è, come la gran parte dei film di Clint Eastwood, l’espressione di un desiderio teorico, la sperimentazione attorno al concetto di ostacolo, di limite, oltre il quale spingere le immagini e le storie. Non una dichiarazione d’intenti, ma una necessità che trasforma il pensiero in gesto, il metodo in un film rarefatto e denso al tempo stesso. Come possono tre storie diverse e lontane trovare il punto di equilibrio, la connessione da cui ripartire? Ecco la scommessa vinta da Eastwood, che traccia tre linee e le assottiglia via via che le storie prendono corpo. George, Marie, Marcus seguono percorsi tortuosi nella loro fuga dalla realtà, e finiscono per trovare la strada proprio in quella stessa fuga. Come l’onda gigantesca dell’inizio, che si ritira prima di travolgere la riva.
George è un sensitivo, può comunicare con le anime dei morti, ma non vuole più avere a che fare con l’aldilà e segue un corso di cucina per distrarre la sua stessa natura. Marcus è un bambino che ha perso il fratello in un incidente e si rivolge a tutti i sensitivi di Londra per poter parlare di nuovo con lui. Marie, invece, è una giornalista televisiva che ha sperimentato la morte proprio in quello tsunami e ora cerca il significato di ciò che ha vissuto. In tutti e tre i casi si è perso il “filo del discorso” e si cerca una soluzione nell’equilibrio, piuttosto che nello spaesamento.
Sforzo inutile, anzi, sbagliato, sembra dirci Eastwood. Perché la soluzione non è fermarsi ma continuare a cercare, muoversi per non annegare. E ce lo dimostra spingendo i suoi personaggi a esasperare le loro stesse vicende, mescolando le carte delle aspettative e mettendoli di fronte all’urgenza del loro incontro. Tre racconti che sono tre film, modulati secondo uno sguardo plasmato dai luoghi (San Francisco, Londra e Parigi), dalle parole e dallo spessore dei silenzi. Il genere serve a indicare lo schema da cui allontanarsi, innesca il cortocircuito del racconto: non si procede per accumulo ma per riduzione, sottrazione dei dettagli assegnati ai tre protagonisti. Ognuno di loro, isolato al centro delle inquadrature, acquista la forza che non aveva. Posti letteralmente al centro della loro solitudine, possono finalmente riconoscersi l’uno nell’altro. Viene in mente il finale di Cacciatore bianco, cuore nero, ma trasfigurato e capovolto nel significato di solitudine.


Grazia Paganelli


Hereafter possiede certamente una struttura narrativa ed alcuni elementi concettuali “banali, strani e rischiosi”, come qualcuno ha osservato: il finale del plot in cui confluiscono le tre storie che scorrono parallele per tutto il film non sorprende nessuno spettatore, ma rientra in una consuetudine ormai molto frequentata; d’altra parte la raffigurazione del presunto “aldilà” pare quanto mai banale e per niente originale. Ma tutto ciò non costituisce altro che una “cornice”, un pretesto grazie al quale si esplica il consueto nucleo della poetica di Eastwood, qui trattato con particolare finezza e delicatezza. Il centro dell’interesse del regista è costituito dalla sofferenza dell’essere umano, dalle sue paure, dalla sua angoscia di fronte alla solitudine, alla malattia inguaribile, al dolore ineliminabile, di fronte alla morte. Non dunque un film sull’aldilà o sulle coincidenze, non un thriller sul soprannaturale, sull’eternità o sulla dimensione spirituale dell’uomo, ma ancora e sempre un’interrogazione sulle nostre profonde debolezze, sui limiti che ci appartengono e che ci fanno soffrire. In questa chiave anche la bellissima sequenza dello tsunami non pare soltanto un eccellente lavoro ottenuto con sofisticati effetti speciali, ma una grande metafora del confine che con nostro terrore ci separa dal caos, dall’imprevisto, dal mistero, dal limite estremo della vita. D’altra parte la storia dei due gemelli è senza dubbio la più straziante, proprio in virtù della sofferenza che caratterizza i due ragazzini e poi, in particolare, quello sopravvissuto. Nutro invece molte perplessità sull’efficacia drammaturgica del personaggio interpretato da un Matt Damon come al solito rigido, legnoso, privo di ironia ed incapace sia di immedesimarsi in modo convincente in un ruolo, sia di estraniarsene con intelligenza. Forse in un film come Invictus questo mediocre attore aveva trovato un personaggio a sua perfetta misura, qui invece confesso di non comprendere il motivo per cui Eastwood lo ha coinvolto in un’operazione che gli rimane del tutto estranea.

Franco Prono


Ho letto su
L’Unità del 5 dicembre un articolo di Alberto Crespi, sotto forma di lettera aperta a Clint Eastwood, in cui scrive: “Sei il più grande regista vivente e su questo non sono ammesse discussioni”. Io mi permetto ovviamente di discutere, a proposito di Hereafter, a cui si riferiva Crespi. Non v’è dubbio che, fra gli ultimi film di Eastwood, questo appare a prima vista forse il migliore, a cominciare dalla prima sequenza dello tsunami. Sono momenti di forte tensione drammatica che introducono la prima delle tre storie di cui è composto il film. Ma, a mio parere, è proprio il trittico, con il parallelismo delle vicende personali che vengono a confluire in un’unica situazione finale, a smascherare, sul piano narrativo e drammaturgico, la fragilità dell’opera, il suo carattere superficialmente spettacolare. Il tema di fondo – la vita e la morte, l'aldiqua e l’aldilà – è troppo forte e intenso per reggere una rappresentazione che non esce dai canoni a cui ci ha abituati Eastwood, tanto efficaci quanto accattivanti. È come se egli volesse, narrando le tre storie parallele col finale gratificante, dirci che la vita ha un senso solo se la si guarda e la si vive in rapporto alla sua fine. Ma il discorso sul significato del vivere e sulle implicazioni ad esso connesse, di natura morale e spirituale, ma anche civile e sociale, è un discorso che richiederebbe ben altro stile, ben altra profondità. Qui si rimane in superficie. E lo tsunami della prima sequenza, che ci turba e ci inquieta, rimane solo uno spettacolo. Non apre la porta a quella tensione drammatica che dovrebbe sorreggere la nostra domanda di fondo sul significato della vita e della morte.

Gianni Rondolino


Come già
Invictus e forse uno di quelli sulla guerra, è un film girato (l'ideologia è un'altra cosa) dal punto di vista di nessuno. Cioè,con perfetta, astratta efficacia molto americana. Che gli consente di non essere ridicolo su un soggetto scivoloso. È un film più ricco di cose di quei film (il montaggio griffithiano di più storie che in fine confluiscono in un unico fiume; bellissime scene, dallo tsunami iniziale, che però resta lì, quasi un prologo, a quelle della scuola di cucina; la recitazione, da quella classica, quasi mperturbabile perchè interiorizzata, di Matt Damon a quelle vissute della ragazza-cuoca e del bambino, ecc.), ma non ci trovo il fondo che informava di sè certi suoi film e li rendeva affascinanti. Non ci trovo nè la visione stoica che passava attraverso il suo corpo e permetteva di dire anche le cose più "scorrette" su donne o gialli o neri, ecc., tipo Million Dollar Baby, ed anche il testamentario Gran Torino, nè la sua variante più radicale, cioè commistionata con quella visione del male che si espande per i rami di Mystic River... A meno di prendere per buona una passione tipo i discorsi sulla pre/post-morte a lampi sibilanti o, ancor peggio, quella vaga indicazione dickensiana. Che, però, non si fanno mai vera visione.

Gianni Volpi



TFF 2010 - The Ward (John Carpenter)

La storiografia del cinema horror statunitense è opera, in particolare negli ultimi dieci anni, da attribuirsi anche a fan, blogger e a pubblicazioni ibride come «Fangoria». La creazione di un canone in continuo aggiornamento operata da forum e pubblicazioni amatoriali è uno dei fenomeni più interessanti prodotti dal cinema della contemporaneità. Non sorprende, a tal proposito, la produzione di film evidentemente destinati a solleticare la fan culture (si pensi al cult “a priori” Machete di Rodriguez) e accendere gli interessi degli appassionati.
Il ritorno di John Carpenter dopo un silenzio decisamente lungo interrotto da due notevoli produzioni per la televisione è destinato a generare simili meccanismi di culto. Scorrendo i commenti di chi ha visto il film a Toronto, Sitges o Torino è difficile non individuare una forma radicalizzata nei toni e a volte un po' miope di politica dell'autore. I critici di The Ward sembrano praticare, per il momento, una sorta di caccia al tesoro dei riferimenti carpenteriani piuttosto che l'esercizio dell'analisi.

Ambientato nel 1966, il film racconta di un gruppo di pazienti di un ospedale psichiatrico femminile tormentate dalla presenza di un fantasma. In effetti c'è spazio in abbondanza per la comparatistica carpenteriana. Il manicomio (e la datazione) non possono che rimandare al prologo di
Halloween – La notte delle streghe, mentre l'ambientazione claustrofobica evoca la figura dell'assedio, presente trasversalmente nel cinema dell'autore fin da Distretto 13: le brigate della morte. Se, dunque, la ricerca di continuità stilistiche e tematiche è una pratica ammessa dal film, rimane da chiedersi che servizio si renda all'opera di un autore decisivo nella storia del cinema nordamericano riducendo il suo percorso a una serie di rimandi e autocitazioni. Ovvero, perché ridurre Carpenter a un marchio, accodandosi alla mediocre trovata promozionale del “John Carpenter's” anteposto al titolo del film?

The Ward è in realtà un film difficilmente collocabile non solo all'interno del percorso carpenteriano, ma anche nell'ambito del cinema di genere americano contemporaneo. Da un lato, è certamente vero che si tratta di un'opera coscientemente inattuale, specie considerando la velocità con cui si affastellano le diverse new wave dell'horror statunitense. Difficile accostare The Ward alle correnti più à la page del cinema dell'orrore americano; il film di Carpenter non ricorre al citazionismo e alla parodia, è sorprendentemente parco di dettagli gore e non imbastisce meccanismi metanarrativi di particolare rilevanza. L'autore sembra piuttosto cercare un dialogo con quella vena ormai emersa in seno al cinema americano che tematizza il sogno e l'allucinazione nel tentativo di ridefinire gli spazi della narrazione. Si può pensare all'ospedale di Carpenter come a un gemello dell'isola dello Scorsese di Shutter Island. In entrambi i casi l'idea di confine sembra applicarsi tanto all'invalicabilità delle mura (o, nel caso di Scorsese, all'impossibilità di fuggire dall'isola), quanto alla porosità delle membrane che separano gli stati mentali. Carpenter non evoca necessariamente i fantasmi della mente, ma concretizza fantasmi che provengono dalla mente e invadono lo spazio labirintico della clinica. The Ward, pur modesto nei mezzi e, in alcuni casi, nella messa in scena, è un film che sembra riallacciare il dialogo tra un cinema di genere incomprensibilmente ghettizzato dalle meccaniche del fandom e le intuizioni più alte del cinema americano contemporaneo.

Riccardo Fassone

venerdì 10 dicembre 2010

TFF 2010 - L'ultimo esorcismo (Daniel Stamm)

Il cinema di genere americano sembra aver metabolizzato quella moltitudine di pratiche di narrazione che va sotto il nome di mockumentary. Forzando – ma nemmeno molto – le maglie della definizione, è possibile raccogliere sotto un cappello comune Cloverfield e The Blair Witch Project, Diary Of The Dead e Paranormal Activity. Opere che tematizzano lo sguardo in soggettiva mediato da una videocamera, riflettono esplicitamente sulla pratica del filmare e, in ultima analisi, sollecitano un ripensamento essenzialmente ludico dello statuto di realtà. Ludico perché, utilizzando una perifrasi spesso udita fuori dalle sale dove si proiettano le pellicole citate, nessuno “crede” davvero a questi film. Eppure, la complicità tra un linguaggio comunemente associato alla ripresa della realtà (la videocamera digitale mobile, instabile, il point of view shot) e le strategie narrative dell'horror genera prodotti capaci di sfruttare convenzioni visive e narrative emergenti.

Ne
L'ultimo esorcismo si racconta di una troupe decisa a girare un documentario su Cotton Marcus (Patrick Fabian), un esorcista che ha perso la fede e ha deciso di smascherare i suoi colleghi, che ritiene senza mezzi termini una manica di imbroglioni. L'ultimo esorcismo al quale si allude nel titolo è quello che Cotton impartisce, utilizzando una serie di trucchi da imbonitore, alla giovane Nell, una ragazza fortemente disturbata. Ovviamente, non tutto va come previsto.
Il film si serve di una serie di figure retoriche già viste all'opera in
The Blair Witch Project. In particolare, l'utilizzo della macchina da presa come strumento “esplorativo” più che narrativo, con una conseguente amplificazione del senso di minaccia del fuori campo, è qui preponderante nelle sequenze più concitate. La differenza rispetto alla matrice del cinema horror “in prima persona” è semmai nella volontà di ibridare la dimensione del mockumentary con dinamiche narrative tradizionali. Da un lato, le citazioni evidenti di molto cinema demoniaco (L'esorcista, certo, ma anche L'esorcismo di Emily Rose) costituiscono un elemento di spettacolarizzazione e un rimando intertestuale a un cinema pienamente finzionale; dall'altro l'utilizzo di elementi narrativi classicamente cinematografici (gli establishing shot, il campo/controcampo) è testimonianza di una conscia volontà di ibridazione. Il film si colloca, insomma, in una zona grigia tra la disciplina imposta del mockumentary (a cui, come detto, bisogna “credere”) e l'utilizzo di strutture linguistiche del documentario in un contesto narrativo essenzialmente ibrido.

L'ultimo esorcismo tradisce, però, un legame con un'altra area emergente del cinema popolare americano, quella legata a una religiosità radicale e (spesso bizzarramente) ortodossa. Anche volendo tralasciare lo stravolgimento in chiave teo-con de
Io sono leggenda, è possibile ricordare una manciata di titoli significativi in questo senso. Si pensi, ad esempio, al già citato L'esorcismo di Emily Rose, ma anche al secondo film di Scott Derrickson, Ultimatum alla terra, traduzione in chiave messianica dell'originale di Wise; o, ancora, a Codice Genesi e alla sua tematizzazione esplicita e ricorrente dell'Antico Testamento come unica possibilità di salvezza per un'umanità in guerra. Nel film di Stamm, che peraltro è ambientato nell'America profonda (e profondamente religiosa) rappresentata dagli stati del sud, è all'opera un processo di decostruzione (da parte dell'esorcista “scettico”) e ricostruzione delle Sacre Scritture – o almeno di una loro interpretazione – che non può che evocare strategie analoghe messe in pratica dai film citati. Il finale, che tenta di ricostruire – a dire il vero senza riuscirci – un rito panico à la The Wicker Man, in cui gli innocenti (i true believers...) sono sacrificati da schiere di pagani e scettici, è simbolo di un cinema sfrontatamente timorato di Dio.

Riccardo Fassone