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mercoledì 16 marzo 2011
mercoledì 9 marzo 2011
Open Range - Streaming
Il seminario Open Range. Percorsi nel neo-western: evoluzione di un genere, curato da "gli ultracorpi" in collegamento al corso di Storia del Cinema Nordamericano sotto la supervisione della prof. Giulia Carluccio, è disponibile in streaming al sito del Laboratorio Multimediale G. Quazza, che ringraziamo per la gentile collaborazione.
Ecco gli abstract degli interventi del pomeriggio:
La frontiera è il segno della divisione tra tame e wild, linea di demarcazione temporale tra un passato morente e un futuro inevitabile, luogo astratto attorno al quale si sviluppa il western. La resurrezione del genere degli ultimi decenni sembra invertire in qualche modo le polarità separate dalla frontiera. Grazie, spesso, ad una ricollocazione all’interno di altri generi, come la fantascienza, il movimento che, rappresentato negli anni Cinquanta, era rivolto al futuro e verso la conquista di terre selvagge, diventa oggi una tensione verso una riconquista, verso un passato da ricostruire o a cui tornare. L’intervento cita alcuni esempi, il più significativo dei quali è il film L'uomo del giorno dopo (The Postman, 1997, Kevin Costner), ripensamento estremo del western, film post apocalittico in cui il protagonista si fa portatore di un futuro che altro non è che la ricostituzione degli Stati Uniti d’America. I film citati sono accomunati da una profonda nostalgia del genere ma dalla consapevolezza che è impossibile, oggi, realizzare un western senza interrogarsi sulla necessità di ridiscuterlo profondamente.
L’intervento si propone di analizzare come vengono affrontati i concetti di alterità e identità all’interno del film Le tre sepolture (The Three Burials Of Melquiades Estrada, 2006, Tommy Lee Jones). Mettendo soprattutto in risalto la connotazione fortemente e programmaticamente “contemporanea” del concetto di frontiera in opposizione all’immaginario western più tradizionale.
Nel farlo ci si concentrerà sul passaggio da una narrazione che guarda all’epica e al mito come luogo di definizione dell’identità ad una, quella del film di Tommy Lee Jones (e di Guillermo Arriaga), che proprio facendo a pezzi l’epica (e la temporalità) si propone di raccontare l’epoca: la nostra epoca. In particolare lo si farà analizzando la messa in forma e la risoluzione del conflitto con altri: è nell’essere piccoli e umani che gli uomini possono riconoscersi infinitamente simili e non tanto in una comunione di ideali assoluti. È perché “siamo” tutti ugualmente meschini che i confini non hanno ragione di esistere.
Il presente contributo si propone di prendere in esame le prime due stagioni della serie televisiva Deadwood (HBO, 2004-2006), ambientata nell'omonima città del South Dakota nel 1876, ovvero subito dopo la battaglia di Little Big Horn. Di essa si cercherà di fornire un inquadramento generale rispetto al genere western, evocando alcuni pertinenti esempi cinematografici e approfondendo in modo particolare alcuni nuclei tematici assai indicativi: l'idea di comunità come spontanea pratica di aggregazione, il rapporto con il diverso e la sua visibilità, la complessa interazione di libertà, proprietà privata e violenza come mistura fondativa della civiltà statunitense.
L’intervento vuole dimostrare - partendo dalle posizioni di Rick Altman - come sia gli elementi sintattici che gli elementi semantici del western, ormai diventati veri e propri segni di un “immaginario” condiviso del cinema (non solo americano), possano svilupparsi autonomamente in contesti non tradizionali, riuscendo a ridefinirsi in testi non appartenenti al western.
La scelta di Heat (id., Michael Mann, 1997), pur essendo un noir metropolitano, è funzionale in quanto si presta a una rilettura e riflessione sull'evoluzione dei tratti caratteristici del genere e alla loro ricontestualizzazione (ad es. la frontiera, la soglia, l’amicizia, l'incontro con l'Altro, la città come metafora, o riscrittura, della wilderness).
Ecco gli abstract degli interventi del pomeriggio:
Ricollocazione e ripensamento.
Gli omaggi estremi al western da I tre amigos a L'uomo del giorno dopo.
di Matteo Pollone
Il diritto di essere opachi.
Identità e alterità ne Le tre sepolture.
di Andrea Mattacheo
"C’è modo e luogo di scoprire che il confine è d’aria e luce"
C. S. I, Vicini
Nel farlo ci si concentrerà sul passaggio da una narrazione che guarda all’epica e al mito come luogo di definizione dell’identità ad una, quella del film di Tommy Lee Jones (e di Guillermo Arriaga), che proprio facendo a pezzi l’epica (e la temporalità) si propone di raccontare l’epoca: la nostra epoca. In particolare lo si farà analizzando la messa in forma e la risoluzione del conflitto con altri: è nell’essere piccoli e umani che gli uomini possono riconoscersi infinitamente simili e non tanto in una comunione di ideali assoluti. È perché “siamo” tutti ugualmente meschini che i confini non hanno ragione di esistere.
La frontiera seriale: Deadwood e la civiltà nord-americana
di Attilio Palmieri
Elementi semantici/elementi sintattici.
Frammenti western in Heat.
di Hamilton Santià
L’intervento vuole dimostrare - partendo dalle posizioni di Rick Altman - come sia gli elementi sintattici che gli elementi semantici del western, ormai diventati veri e propri segni di un “immaginario” condiviso del cinema (non solo americano), possano svilupparsi autonomamente in contesti non tradizionali, riuscendo a ridefinirsi in testi non appartenenti al western.
La scelta di Heat (id., Michael Mann, 1997), pur essendo un noir metropolitano, è funzionale in quanto si presta a una rilettura e riflessione sull'evoluzione dei tratti caratteristici del genere e alla loro ricontestualizzazione (ad es. la frontiera, la soglia, l’amicizia, l'incontro con l'Altro, la città come metafora, o riscrittura, della wilderness).
Per accedere allo streaming, clicca qui
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domenica 30 gennaio 2011
Open Range. Percorsi nel neo-western: evoluzione di un genere.
STORIA DEL CINEMA NORDAMERICANO – prof. Giulia Carluccio
SEMINARIO
OPEN RANGE
Percorsi nel neo-western: evoluzione di un genere
a cura di:
“gli ultracorpi”
interventi di:
ANDREA MATTACHEO
ATTILIO PALMIERI
MATTEO POLLONE
HAMILTON SANTIÀ
modera e introduce:
RICCARDO FASSONE
Martedì 22 Febbraio 2010
AUDITORIUM G. QUAZZA
Via Sant’Ottavio 20, ore 14.00
IL SEMINARIO È APERTO A TUTTI GLI STUDENTI INTERESSATI E VIVAMENTE CONSIGLIATO AGLI STUDENTI E AI LAUREANDI DI STORIA DEL CINEMA NORDAMERICANO
martedì 1 giugno 2010
l'ultimo spettacolo: MATRIX (A. e L. Wachowski, 1999)
Uscito quasi in sordina nella primavera del 1999 e cresciuto sino a guadagnare un successo mondiale assieme ai due “capitoli” successivi che completano la trilogia, il film dei fratelli Wachowski ha dato vita a una sorta di culto generalista e di trend. Se da un lato è diventato un punto di riferimento estetico, dall’altro è sicuramente stato inteso come un film-soglia, in cui le svariate suggestioni disseminate (a volte anche abbastanza grossolanamente) nel testo, hanno dato vita a una percezione diffusa incentrata sull’idea di un’opera che è ormai in qualche modo canonica, per il modo in cui la narrazione si costruisce, per i temi affrontati, per il riferimento a una serie di problemi filosofico-politici di interesse collettivo.
Molto di quanto viene detto nel film, in realtà, è già stato detto o comunque non è nuovo. Nonostante ciò, la pellicola ha avuto un’influenza diretta sulla cultura popolare. E il successo, l’importanza del film (e dei suoi seguiti) derivano in gran parte anche dal suo impianto intertestuale, dalla serie di rimandi e di competenze richieste allo spettatore per coglierne il messaggio. Che probabilmente è meno radicale e profondo di quanto l’apparenza non suggerisca.
Perché parlare di Matrix, allora? Perché considerare proprio Matrix come caso significativo di una serie di tendenze riscontrabili nel cinema contemporaneo? In primo luogo, perché Matrix, al di là dell’aspetto estetico, è senza dubbio un film rilevante nella storia del cinema recente, che ci dice sicuramente qualcosa sull’andamento e sul funzionamento del cinema rispetto al sistema dei media. La ritualità, il simbolismo, la narratività del mito, l’identità di una cultura e la sua capacità di distinguersi da altre, il carattere trascendente del suo oggetto, sono le caratteristiche principali del culto. Il culto è un’attività, un servizio che mobilita il fedele, soprattutto nella sua dimensione affettiva, nella sua identità e nelle sue passioni, ma che ha inoltre una dimensione sociale, un livello pubblico. Uno spettatore attivo, mobilitato, che ricerca il testo e non lo subisce semplicemente: questo è il primo elemento del culto mediatico.
Guglielmo Pescatore in Guglielmo Pescatore (a cura di), Matrix. Uno studio di caso, Hybris, Bologna, 2006.
seminario
INTORNO A MATRIX
dopo la proiezione del film interverranno:
Prof. Guglielmo Pescatore (Università di Bologna)
prof. Alessandro Amaducci (Università di Torino)
dott. Riccardo Fassone (Università di Torino)
seguirà rinfresco
Giovedì 3 Giugno 2010, Lab. Quazza - seminterrato Palazzo Nuovo, ore 15.00
INTORNO A MATRIX
dopo la proiezione del film interverranno:
Prof. Guglielmo Pescatore (Università di Bologna)
prof. Alessandro Amaducci (Università di Torino)
dott. Riccardo Fassone (Università di Torino)
seguirà rinfresco
Giovedì 3 Giugno 2010, Lab. Quazza - seminterrato Palazzo Nuovo, ore 15.00
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