giovedì 10 giugno 2010

l'ultimo spettacolo: VANISHING POINT (R. Sarafian, 1971) - JACKIE BROWN (Q. Tarantino, 1997)



Per l'ultimo appuntamento della rassegna avremo un ospite d'eccezione. La doppia proiezione di Venerdì 11 Giugno 2010 presso la Sala 3 del Cinema Massimo di Torino sarà intervallata da un intervento di enrico ghezzi.


Nel 1997 Quentin Tarantino è chiamato alla prova del nove: dopo il folgorante esordio de Le iene, che nel 1992 spiazzò tutti al Sundance Film Festival dando a molti l'impressione di aver aperto una nuova strada; dopo il successo internazionale (Palma d'oro a Cannes e Oscar per la miglior sceneggiatura originale) di Pulp Fiction che conferma l'autore quale meticoloso costruttore di narrazioni e creatore di nuove forme, oltre che acuto interprete degli anni novanta; al lavoro successivo è atteso al varco da critici, fan e appassionati, investito della responsabilità di gestire il dopo-Pulp Fiction, in un confronto dal quale la nuova opera – visto ciò che la precedente ha generato nei primi tre anni di vita – sarebbe uscita in ogni caso sconfitta.

Con
Jackie Brown Tarantino nuovamente sorprende e spiazza tutti: cambia radicalmente registro senza per questo snaturarsi come autore, ma anzi, procedendo verso una maturazione che passa anche per il rapporto tra vuoti e pieni del suo cinema, impegnato nel dimostrare che la sua natura è multiforme e asistematica, non riconducibile solamente a ciò che si diceva di lui dopo i primi due lavori. Viene abbandonata quella che sembrava poter diventare il suo marchio di fabbrica, ossia la manipolazione del tempo all'interno della narrazione e la disarticolazione della stessa. In questo caso si procede secondo un narrazione classica in cui nascono per la prima volta nel cinema dell'autore personaggi forti – non a caso per la prima volta il titolo del film è il nome della protagonista – in grado di possedere, controllare la storia ed intervenire su di essa. Se in Pulp Fiction Vincent Vega poteva morire sparato in pieno petto da Butch per poi comparire nuovamente nella sequenza successiva – chiara evidenza della sudditanza gerarchica del personaggio alla narrazione – in Jackie Brown i protagonisti sono così solidi, talmente caratterizzati e incisivi da piegare una delle marche autoriali del regista di Kill Bill e addomesticarla, fluidificarla, portandola fino ad una linearità classica perfetta per i loro caratteri.

Anche il montaggio subisce una brusca variazione assumendo ritmi molto più bassi, acquistando linearità e abbandonando quei caratteri eccentrici che avevano contraddistinto i film precedenti come l'uso di split screen e sovraimpressioni. La violenza perde quella dimensione iperrealista e iperbolica della quale la scena del taglio dell'orecchio ne
Le iene è ancora oggi uno dei frammenti più rappresentativi. Come se non bastasse Tarantino non si concentra (come ci si sarebbe aspettato) sul gangster del film, ma sulla storia d'amore tra l'hostess afroamericanaJackie Brown e il garante di cauzioni Max Cherry. Entrambi i personaggi – ma non solo questi due - vengono sviluppati in profondità nell'arco di due ore e quaranta minuti in cui emergono sempre più chiare le tematiche del riscatto e della redenzione: entrambi i sono accomunati da un passato ed un presente dal quale vogliono fuggire, del quale vogliono liberarsi in favore di una vita nuova. L'occasione non tarderà ad arrivare.

Attilio Palmieri


Il viaggio di Kowalski verso il vanishing point è anche un viaggio verso il “punto zero”, il momento in cui la narrazione cinematografica si annulla. L’exploitation di Sarafian parte rispettando il canovaccio escapista per poi mettersi completamente in gioco, puntando verso un limite esterno ed estremo. Vanishing Point è un film sulla ricerca di questo limite. Curioso che esca nello stesso anno, il 1971, di Two Lane Blacktop, pellicola di Monte Hellman che con Sarafian ha in comune l’idea di viaggio nell’evanescenza. Da un lato un’immagine che brucia, dall’altro un punto che svanisce. La tag-line del film pone una domanda significativa: Kowalski, who’s gonna stop him? È una domanda retorica che vuole sottolineare come un uomo, in questo caso un anti-eroe, spinto alla ricerca del limite massimo – di cui quindi la velocità e la Dodge Challenger che taglia gli immensi landscape nordamericani sono ottima metafora – sia di per sé irraggiungibile. Come in Hellman, la trama è un pretesto: non siamo veramente interessati agli espedienti con cui The Driver e The Mechanic riescono a girare per gli Stati Uniti e diventa irrilevante scoprire se Kowalski riuscirà a forzare il blocco di polizia o meno.

La dimensione di
Vanishing Point è quella del film di culto. Pellicola in grado di colpire l’immaginario della sottocultura (non a caso, molte letture si concentrano sul testo come commento all’ansia ondivaga degli Stati Uniti post-Woodstock), di diventare icona “pop” e di essere quindi assimilata, sfruttata, riproposta e ripersonalizzata. Sarà a Kowalski, the last american hero, che guarderà Stuntman Mike in Death Proof (2007, Quentin Tarantino). Sarà al film che penseranno gli inglesi Primal Scream nello spingere ancora più in là i limiti della loro musica in Vanishing Point del 1997. I campionamenti dal film aprono un lavoro musicale che, come in Sarafian, cerca di usare le strutture come dei pretesti per andare oltre il confine: un rock contaminato, martellante, “liquido”.

La musica della colonna sonora, il rumore dei motori, il sole del deserto, sono tutti elementi attivi per un film che, annullando la narrazione, cerca di costruirne una nuova e perfettamente in grado di rappresentare un certo “stato di pensiero” di un paese ossessionato dalla ricerca di un punto di riferimento. Ma dove porta la ricerca? All’orrizonte non si vede nient’altro che un punto. Un punto di fuga.

Hamilton Santià

«Buona visione»
incontro con enrico ghezzi
proiezioni:
VANISHING POINT (Richard Sarafian, 1971)
JACKIE BROWN (Quentin Tarantino, 1997)
vcnerdì 11 giugno 2010, Cinema Massimo - Sala 3, ore 19.30

mercoledì 9 giugno 2010

comunicato stampa: «Buona visione»

COMUNICATO STAMPA

«Buona visione»

Un ospite d’eccezione al Massimo: incontro con enrico ghezzi

Venerdì 11 giugno, Cinema Massimo

ore 19.30 - proiezione di Punto Zero di Richard C. Sarafian (1971)

ore 21.15 - Incontro con enrico ghezzi

a seguire proiezione di Jackie Brown di Quentin Tarantino (1997)

Per l’ultimo appuntamento della rassegna Schermi americani/L’ultimo spettacolo, curata dal collettivo universitario “Gli ultracorpi”, coordinato da Giulia Carluccio per il corso di Storia del Cinema Nordamericano del DAMS di Torino, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema e il Laboratorio G. Quazza, enrico ghezzi presenterà le proiezioni di Punto zero di Richard C. Sarafian (1971) e Jackie Brown di Quentin Tarantino (1997). L’accostamento tra film distanti cronologicamente e stilisticamente presentato in questa occasione da enrico ghezzi offrirà la possibilità di scoprire due delle molte storie possibili del cinema americano secondo una prospettiva obliqua, eclettica e, naturalmente, ghezziana.

Ingresso: euro 4,00, studenti universitari: euro: 3,00

enrico ghezzi (1952) è uno dei più influenti critici cinematografici italiani. Dal 1978 inizia a lavorare alla RAI, occupandosi del palinsesto cinematografico e proponendo cicli insoliti per la programmazione di allora, come Lo specchio scuro, Eccentriche visioni, Femmina folle, La magnifica ossessione, contribuendo a far conoscere film noir di serie B o fiammeggianti melodrammi destinati a diventare cult e a costituire una nuova mappa di riferimenti per il pubblico cinefilo dagli anni Ottanta in poi. Nel 1988 crea Fuori orario. Cose (mai) viste, definito un «contenitore anarchico d’immagini», che trasforma la programmazione notturna di RAI 3 in uno spazio dedicato alla cinefilia e alla scoperta di film altrimenti invisibili. Le sue introduzioni fuori-sincrono ai materiali presentati durante il programma sono diventate marchio dello stile-Ghezzi. È inoltre co-creatore di Blob, esperimento meta-televisivo in onda ogni sera dopo il telegiornale di RAI 3. ghezzi è anche autore di un’ importante monografia su Kubrick, così come di altri volumi che testimoniano una riflessione profonda e stratificata sul mezzo cinema.

Informazioni

Laboratorio Multimediale “G. Quazza” - lab.quazza@unito.it

Ufficio Stampa & Comunicazione

Marta Franceschetti: press@martafranceschetti.com



martedì 1 giugno 2010

l'ultimo spettacolo: MATRIX (A. e L. Wachowski, 1999)


Uscito quasi in sordina nella primavera del 1999 e cresciuto sino a guadagnare un successo mondiale assieme ai due “capitoli” successivi che completano la trilogia, il film dei fratelli Wachowski ha dato vita a una sorta di culto generalista e di trend. Se da un lato è diventato un punto di riferimento estetico, dall’altro è sicuramente stato inteso come un film-soglia, in cui le svariate suggestioni disseminate (a volte anche abbastanza grossolanamente) nel testo, hanno dato vita a una percezione diffusa incentrata sull’idea di un’opera che è ormai in qualche modo canonica, per il modo in cui la narrazione si costruisce, per i temi affrontati, per il riferimento a una serie di problemi filosofico-politici di interesse collettivo.

Molto di quanto viene detto nel film, in realtà, è già stato detto o comunque non è nuovo. Nonostante ciò, la pellicola ha avuto un’influenza diretta sulla cultura popolare. E il successo, l’importanza del film (e dei suoi seguiti) derivano in gran parte anche dal suo impianto intertestuale, dalla serie di rimandi e di competenze richieste allo spettatore per coglierne il messaggio. Che probabilmente è meno radicale e profondo di quanto l’apparenza non suggerisca.

Perché parlare di Matrix, allora? Perché considerare proprio Matrix come caso significativo di una serie di tendenze riscontrabili nel cinema contemporaneo? In primo luogo, perché Matrix, al di là dell’aspetto estetico, è senza dubbio un film rilevante nella storia del cinema recente, che ci dice sicuramente qualcosa sull’andamento e sul funzionamento del cinema rispetto al sistema dei media. La ritualità, il simbolismo, la narratività del mito, l’identità di una cultura e la sua capacità di distinguersi da altre, il carattere trascendente del suo oggetto, sono le caratteristiche principali del culto. Il culto è un’attività, un servizio che mobilita il fedele, soprattutto nella sua dimensione affettiva, nella sua identità e nelle sue passioni, ma che ha inoltre una dimensione sociale, un livello pubblico. Uno spettatore attivo, mobilitato, che ricerca il testo e non lo subisce semplicemente: questo è il primo elemento del culto mediatico.

Guglielmo Pescatore in Guglielmo Pescatore (a cura di), Matrix. Uno studio di caso, Hybris, Bologna, 2006.


seminario
INTORNO A MATRIX
dopo la proiezione del film interverranno:
Prof. Guglielmo Pescatore (Università di Bologna)
prof. Alessandro Amaducci (Università di Torino)
dott. Riccardo Fassone (Università di Torino)
seguirà rinfresco

Giovedì 3 Giugno 2010, Lab. Quazza - seminterrato Palazzo Nuovo, ore 15.00

lunedì 24 maggio 2010

l'ultimo spettacolo: HEAVEN'S GATE (M. Cimino, 1980)


I CANCELLI DEL CIELO (Heaven's Gate, Michael Cimino, 1980)
martedì 25 maggio 2010, Cinema Massino - Sala 3, ore 20.30
presentazione a cura di Gianni Volpi

domenica 16 maggio 2010

l'ultimo spettacolo: BLUE VELVET (D. Lynch, 1986)


Dopo il grande successo ottenuto con Elephant Man (id., 1980), David Lynch venne cercato da diversi produttori per dirigere film ad alto budget. Fra le tante proposte, Lynch accettò quella di Dino De Laurentiis per la trasposizione cinematografica del romanzo Dune di Frank Herbert: il contratto prevedeva che, dopo aver girato questo colossal, De Laurentiis avrebbe finanziato al regista anche un progetto più personale e a basso costo.

Dune (id.,1984) fu un flop ai botteghini americani: costato 45 milioni di dollari, ne recuperò negli Stati Uniti soltanto 27. Dopo questo insuccesso, De Laurentiis accetta di rispettare il contratto e produrre l’altro film di Lynch a patto che quest’ultimo non superi i 5 milioni di dollari di budget e che lavori a salario ridotto. Lynch accetta queste condizioni in cambio di libertà assoluta su sceneggiatura e montaggio. Così nasce Velluto blu (Blue Velvet, 1986), il film che il critico cinematografico di Rolling Stone, Peter Travers, ha definito la pellicola più importante degli anni Ottanta. Nei titoli di testa una tenda di velluto blu sembra impedirci di vedere cosa c’è oltre; Lynch aveva dichiarato che: «il velluto è un materiale quasi organico», un materiale che appare vivo, a diretto contatto con il corpo umano.

Quando la tenda scompare possiamo iniziare a vedere: l’incipit di Velluto blu è una perfetta sintesi di tutto il cinema di David Lynch. È una tranquilla giornata nella provincia americana: mentre ascoltiamo la canzone Blue Velvet di Bobby Vinton vediamo passare dei pompieri sorridenti, i bambini attraversano la strada per andare a scuola, un uomo innaffia il suo giardino. Ma qualcosa di diabolico sta per accadere. L’uomo che innaffiava il giardino cade a terra morto, e la macchina da presa scorge nell’erba il particolare di alcune formiche che combattono. Poi appare il protagonista Jeffrey (Kyle MacLachlan) che, passeggiando in un prato, trova qualcosa che non dovrebbe esserci in un mondo tanto perfetto: un orecchio mozzato, che lo trascinerà in un vortice di violenze e misteri. L’armonia cittadina viene così sconvolta dalla presenza del perturbante, che si annida nei luoghi che (in apparenza) erano quelli più famigliari. Lumberton, la cittadina di Velluto blu, come Twin Peaks qualche anno dopo, rappresenta la provincia americana che, dietro alle facciate delle grandi ville con giardino, nasconde atti perversi e crimini orribili.

Velluto blu è però anche e soprattutto un film sull’atto del vedere: noi spettatori prendiamo il punto di vista del giovane Jeffrey che decide di scoprire cosa si nasconde oltre l’orecchio che ha trovato. Per farlo dovrà spiare: spiare nascosto da una tenda (simile a quella dei titoli di testa) che gli permette di vedere, senza essere visto, le violenze perpetrate visceralmente dal carnefice Frank (Dennis Hopper) sulla vittima Dorothy (interpretata da Isabella Rossellini). E fu proprio per una scena di nudo della Rossellini (la quale inizierà dopo questo film una breve relazione con David Lynch) che Gianluigi Rondi si rifiutò d’inserire Velluto blu nel concorso della Mostra di Venezia: l’allora direttore del festival, infatti, si racconta che si alzò a metà proiezione dicendo che quella scena infangava la memoria dei genitori dell’attrice: Roberto Rossellini e Ingrid Bergman.

Naturalmente i distributori italiani colsero la palla al balzo e pubblicizzarono Velluto blu come un film erotico e scandaloso, scegliendo una locandina con un’immagine scabrosa e quasi pornografica. Immagine, tra l’altro, non presente nel film.

Andrea Chimento
Paolo Parachini

VELLUTO BLU (Blue Velvet, David Lynch, 1986)
martedì 18 maggio 2010, Cinema Massimo, ore 16.30
presentazione a cura di Andrea Chimento e Paolo Parachini